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INDICE:

  1. Forum di Critica liberale: Il valore della Libertà. Una Fondazione per una ricostruzione liberale della sinistra italiana (venerdì 5 ottobre 2001):
  2. 5 PIU’ 5. MANIFESTO LAICO (11-11-1998)
  3. PROGRAMMA MINIMO DELLA SINISTRA LIBERALE (23-11-1996)
  4. CONVENZIONE PER UNA SINISTRA LAICA E LIBERALSOCIALISTA (23-11-1996)

 

TESTI:

Forum di Critica liberale: Il valore della Libertà. Una Fondazione per una ricostruzione liberale della sinistra italiana

a) Perché il Forum

La Fondazione Critica liberale ha deciso di convocare a Roma, il 5 ottobre 2001, un Forum di tutti gli amici di Critica e di quanti sono interessati a confrontarsi con chi, come noi, intende fornire materiali e idee liberali per la ricostruzione della Sinistra italiana.
La Destra ha vinto le elezioni politiche anche perché è riuscita a convincere la maggioranza degli elettori di saper meglio garantire libertà e modernizzazione del paese. Che questo sia potuto accadere, che questo sia potuto apparire verosimile, non è solo merito delle capacità demagogiche e propagandistiche di Berlusconi, non solo dell’assenza di efficaci filtri e di anticorpi preventivi nella cultura, nella classe dirigente e nella società civile italiane, ma anche conseguenza di gravi limiti politici e culturali della Sinistra, di culture che hanno mostrato drammaticamente e fino in fondo l’esaurimento della loro “spinta propulsiva”.
Così, dopo la vittoria del 13 maggio di una Destra demagogica e populista, siamo tutti meno liberi.
La democrazia italiana ha subito un grave colpo perché l’intero sistema politico è ormai devastato dal monopolio dell’informazione e da conflitti d’interesse che stravolgono le stesse regole del gioco. E ora il governo Berlusconi, con la sua classe dirigente in troppi casi anche personalmente compromessa, sembra pronto e legittimato a varare una politica antisociale e clericale, che per di più usurpa il nome e il patrimonio politico e civile del liberalismo.
Purtroppo, a una Destra così illiberale e pericolosa, corrisponde una Sinistra che, priva di un disegno politico e culturale capace di riaprirle orizzonti diversi da quelli del più miope tatticismo, non riesce neppure a comprendere le ragioni della propria sconfitta e a trarne le dovute conseguenze: l’avvio di un autentico processo di ricostruzione, che appare ormai la sola alternativa a un progressivo esaurimento del proprio ruolo storico e politico.
Per noi, il problema è questo: la Sinistra riuscirà a fare i conti col pensiero liberale, laico, conflittuale, critico, riformatore? Finché l’asse portante dell’opposizione si rifarà a culture politiche incapaci di affrontare la realtà di un paese europeo e secolarizzato facendo seriamente i conti con i valori forti e tipici dell’Europa liberale come la libertà e l’equità, il dominio berlusconiano potrà continuare indisturbato.
La Sinistra o farà i conti con il liberalismo o non sarà.
Forse il disastro maggiore di quest’ultimo decennio è stato la distruzione di qualunque strumento del fare politica e lo svuotamento (e riduzione a puro formalismo) del processo democratico della formazione della volontà politica. L’esito plebiscitario era inevitabile, e forse stiamo assistendo solo alle sue prime avvisaglie.
La Fondazione Critica liberale è un piccolo strumento di cultura politica e come tale la sua capacità di penetrazione deve scontare la debolezza del suo bilancio economico. Il momento particolarmente preoccupante per la democrazia del nostro paese e lo spappolamento della Sinistra impongono però a tutti un rinnovato impegno. Ma forse proprio la gravità della situazione e l’insistente ancorché vaga “domanda di liberalismo” che sembra attraversare la società e la cultura politica italiana, potrebbero far convergere nuovo interesse sulle nostre proposte, e potrebbe suggerire a nuovi soggetti di compiere con noi un tratto di cammino comune.
La Fondazione Critica liberale deve poter diventare uno dei laboratori in grado di portare all’interno di una Sinistra plurale i valori e il metodo del liberalismo.
Negli ultimi anni, con coerenza e autonomia riconosciuteci da tutti, siamo stati particolarmente presenti nella difesa dal berlusconismo, nella battaglia laica e nella critica al dalemismo. Ora c’è da fare di più. Il Forum intende riaprire la discussione, raccogliere le energie umane e materiali, pluralizzare la sua presenza culturale in varie città, presentare nuove iniziative.

b) La relazione di Enzo Marzo
In lode del separatismo
Quattro parole

Cari amici, ormai è molto tempo che non scambiamo le idee. Abbiamo voluto questo confronto convinti che però il dialogo non si è mai interrotto. Il filo tenue della rivista "Critica liberale" regge ormai da tantissimo tempo e non si è spezzato nonostante l’assenza di risorse e l’esiguità delle forze. Perché? Noi ci abbiamo messo della caparbietà e del rigore ma la ragione va rintracciata altrove: nella necessità d’un pensiero rigorosamente liberale in un paese che vuol essere moderno con tutte le sue forze, nonostante i suoi ceti dirigenti e gli handicap provenienti dalla sua storia. Gli interventi di altri amici mi sollevano da un discorso programmatico e l’esiguità del tempo risparmiano a me e soprattutto a voi lunghe dimostrazioni col dettaglio di tutti i passaggi. Quindi discorrerò attorno a quattro parole chiave.
La prima parola non può essere che Incertezza.
Nel 1755 l’Europa illuminista rimase sgomenta di fronte al terremoto di Lisbona. Anche in quell’occasione morì dio, un dio che attraverso la natura impazzita si mostrava indifferente a vertigini inimmaginabili di male. Dio si dimostrò a menti come quella di Voltaire più che inesistente completamente inutile. L’11 settembre sarà per tutti noi un punto di svolta altrettanto epocale. Certo, da sempre Dio ha armato le mani dei fanatici. Però dall’11 settembre il nostro mondo è costretto a capire che il fondamentalismo ha ingaggiato un conflitto diverso perché programmaticamente all’ultimo sangue. Un conflitto muto, senza rivendicazione, perché il vero terrore non parla, è. Un terrore che - questa è la novità sconvolgente - ha dichiarato di non conoscere limiti. Dopo cinque secoli di lenta ascesa del pensiero relativo, un’espressione irriducibile del pensiero assoluto, la più troglodita, si rivolta, colpisce i simboli della modernità e mette in ginocchio la potenza e la tecnologia. Il fondamentalismo non conosce limiti anche perché si dimostra completamente sganciato dalla nostra logica che infantilmente ha creduto che il potere distruttivo fosse proporzionale alla potenza. Invece, bastano pochi individui che agiscono al livello globale per destabilizzare la modernità e portarla alla crisi. Anche ai ciechi hanno mostrato la loro avversione totale al liberalismo. Era dai tempi dei totalitarismi novecenteschi, e la ferocia è la stessa, che il pensiero liberale non trovava un avversario così irriducibile. Non sarei liberale se non pensassi che il libero pensiero e l’individualismo sono strumenti più adatti a dare dignità alla persona umana, ma ugualmente sarebbe sciocco dimenticare che l’umanità ha vissuto già regressioni e periodi di terribile decadenza. E anche in quei momenti la responsabilità della religione non fu assente. Non sarei nipotino del pessimismo illuminista se non pensassi che “il cuore dell’uomo è un abisso da cui emergono a volte disegni di inaudita ferocia”, come ha detto il Papa (udite udite, una citazione papalina). Parole che sentiamo vere, ma incoerenti con l’affermazione dell’esistenza stessa di dio).
Ma questo realismo non impedisce di cogliere alcuni aspetti positivi. Ringraziando il cielo, sta prendendo il sopravvento il cosmopolitismo su quello che Einaudi definiva "l’idolo immondo dello stato sovrano". Lo stato nazionale ha compiuto la sua lunga traiettoria degenerata nella politica imperialistica, nelle ideologie nazionaliste e razziste, e ora nelle sue egoistiche chiusure. Esso deve essere superato con forme sempre più allargate di sovranazionalità. Il crollo delle Torri Gemelle ha preso per la collottola il mondo intero e gli ha rivelato che “civiltà superiori”, secondo la definizione d’un politico parvenu e “dilettante allo sbaraglio”, vivono nella condizione della jungla hobbesiana, senza regole, senza diritti, senza giustizia. La globalizzazione stava esprimendo in forma selvaggia tutte le potenzialità cosmopolite: l’economia, il commercio e infine anche la delinquenza, e gli stati erano lontani ancora dal pensare di dover trovare una regolamentazione del nuovo potere. Adesso ci troviamo di fronte a un conflitto che, nella logica globalizzata, rende necessaria un’azione di polizia mondiale che non lascia intatto o irresponsabile nessuno, ma non abbiamo un ministro degli interni che la possa gestire, né un governo democratico che la possa decidere. Certo, ci penseranno gli Stati Uniti, ma con quale diritto se non quello della Realpolitik, della sua potenza militare e del suo statuto di vittima? Diritti primordiali che non sono diritti.
"Critica" liberale" è un’entità viva ma pressoché invisibile. Ebbene, "Critica" già negli anni ‘80 scriveva che <<la kantiana utopia liberale dell’eliminazione della guerra con la formazione d’un unico stato mondiale è la sola via d’uscita razionale per l’umanità. Ma - continuava "Critica" vent’anni fa – sarà raggiungibile esclusivamente con la libera convergenza degli stati su due constatazioni: che non possono convivere a lungo in pace paesi con organizzazioni statuali molto differenti; che i conflitti tra stati devono trovare una disciplina non dissimile da quella che regola i contrasti tra i cittadini all’interno dello stato liberaldemocratico>>. Heri dicebamus. Ora non si tratta più di “libera” convergenza, ma di “necessaria”, “vitale” convergenza. Riprecipitati nella jungla hobbesiana dobbiamo reinventare lo stato su scala mondiale. Ma per farlo non credo che possa dare un grande aiuto quel coacervo di interessi contrastanti, alcuni molto regressivi e protezionistici, che ha movimentato la vita del nostro paese alcuni mesi fa e che tristemente non riesce che ad esprimere sacrosante esigenze di uguaglianza ma che di fronte alla complessità balbetta solo un’analisi politica limitata grezzamente alle categorie dei “ricchi” e dei “poveri”. Per esempio, non si tiene conto che il mondo è ancora infestati da stati a regime totalitario. Secondo Dahl – ricordiamolo - ci sono soltanto ventidue paesi in tutto il pianeta che con qualche approssimazione hanno uno stabile regime democratico.
Ma torniamo al fondamentalismo. Ci dobbiamo mettere in testa che il nostro sarà un conflitto che sarebbe sciocco pensare in termini militari. Lo sappiamo bene che, come ci avvertono i più intelligenti, la crisi nasconde un terribile scontro per la leadership all’interno del mondo musulmano. Ma se questo scontro si evolve con la prevalenza dei più fanatici si apre per tutti la prospettiva d’un conflitto permanente molto esteso. Se la nostra potenza s’è dimostrata vulnerabilissima anche solo a causa di un pugno di persone, non ci resta altra arma che la lentissima opera di secolarizzazione. Non ci sono soluzioni altrettanto alternative. Non ci resta che la contaminazione e il dialogo. Sono convinto che i gruppi musulmani, che possono venire a contatto, sulla propria pelle, con l’esigenza della libertà religiosa o con modelli di vita rispettosi dei diritti umani, col tempo ne sapranno valutare le qualità. Anche il cattolicesimo s’è dovuto arrendere al moderno. Si arrenderanno anche gli adoratori dell’altro dio unico. E ovviamente l’opera di secolarizzazione va accentuata anche nel nostro paese: i fanatici fedeli dell’Assoluto sono dappertutto. Il clericalismo anzi è una malattia che alligna da sempre nel nostro paese. Speriamo che ragionando sulle Torri Gemelle la Sinistra nostrana sappia fare due più due uguale quattro, e cominci a rendersi conto, dalle tragedie massime alle tragedie minori, dei danni materiali e morali dell’integralismo religioso.

L’autonomia della politica
Seconda parola: Democrazia. Qualche tempo "Critica" ha affiancato e ha fatto quel poco che poteva per sostenere l’azione promossa da Sylos Labini contro Berlusconi. Precedentemente, le nostre critiche alla Sinistra attuale erano state incessanti, sferzanti. Secondo noi, per cinque anni la Sinistra aveva pagato lo scotto dello stato confusionale regnante nei Democratici di Sinistra. O ancora meglio della loro ossessione d’essere legittimati credendo d’ottenere questo salvacondotto legittimando a loro volta gli avversari più disdicevoli. Avevamo assistito sbigottiti ma non silenti al cupio dissolvi di un’intera classe dirigente assai mediocre che, come un generale fellone, aveva abbandonato i soldati e li aveva mandati allo sbaraglio. Non mi riferisco all’ultimo momento, al tempo delle candidature, ma all’opportunismo, all’ostentazione dell’assenza di valori, alla stupidità politica che aveva portato alla legittimazione di Berlusconi e alla liquidazione di quell’unico argomento forte (l’impresentabilità e la pericolosità del trafficante d’Arcore) che ci aveva permesso di sfondare nell’elettorato di Centro nel 1996. La mediocrità d’un’azione governativa incolore – o almeno senza i colori della Sinistra – aveva preparato con masochistica accuratezza una vera disfatta. Avevamo visto persino ministri ostentare il loro lavoro diurno e notturno per scovare qualche marchingegno che violasse senza darlo tanto a vedere la nostra Costituzione. E non staremmo qui a parlarne se l’ombra lunga della trascorsa dabbenaggine non copra ancora e dia giustificazioni alle peggiori mascalzonate dell’attuale maggioranza.
Sylos Labini ha suonato la sveglia, ha detto cose ovvie ma dimenticate sul Cavaliere e la sua cricca, molti hanno seguito, Rutelli ha fatto del suo meglio e il paese ha dimostrato ancora una volta d’essere di gran lunga migliore dei suoi rappresentanti. Certo, abbiamo perduto, ma si è evitata la disfatta.
Nella polemica ingaggiata si è toccato un punto assai rilevante che supera lo stesso momento elettorale: si tratta della democrazia. L’appello di Sylos Labini arrivava a sostenere che una vittoria del Cavaliere avrebbe messo in crisi la democrazia nel nostro paese. Apriti cielo! Una schiera – in verità esigua – di intellettuali di Sinistra – si fa per dire – ci ha rimproverato perché non facevamo finta, come facevano tutti, di trovarci di fronte a un confronto elettorale del tutto normale e anzi strillavamo per indicare a tutti che quello che stava avvenendo in Italia costituiva una anomalia senza precedenti in nessun paese liberaldemocratico, da sempre. Altri, berlusconiani di complemento, intingevano la penna nella loro scarsa coscienza per sostenere che la democrazia, per essere tale, basta che comprenda il suffragio universale. Punto e basta. In Italia finché si potrà votare ci sarà dunque la democrazia. Per nulla scoraggiati da questi asini cattedratici, abbiamo continuato la nostra lotta di civiltà, e anche qui torno a ripetere che "Critica" liberale" è pronta ad affiancarsi a chiunque nel presente voglia costituire dei Comitati d’Opposizione all’attuale regime delinquenziale che nei primi tre mesi ha rivelato anche a chi prima si acciecava gli occhi e non voleva vedere tutta la sua sfacciata turpitudine. Le prime leggi di questa legislatura, compresa la legge Previti sulle rogatorie, sono esemplari, sono state scritte dagli avvocati del presidente super-inquisito e approvate da una maggioranza di impiegati del Cavaliere. Credo che dei Comitati d’Opposizione che cerchino di dare voce alla protesta della società civile contro la “casa delle banane” – non per la normale attività politica che si deve lasciare ai partiti d’opposizione – ma per quei punti che mettono in discussione la nostra libertà, i principi dello stato di diritto, … credo proprio che possano essere utili. Ma ne discuteremo oggi stesso.
Io voglio gettare il sasso un po’ più distante. E’ ripetuto da tutti, anche se i Panebianco evidentemente non si dedicano a questo genere di letture, che la democrazia è un sistema complesso. Ed è facile dimostrare come il regime di monopolio nel settore più importante, la comunicazione, costituisca un vulnus irreparabile per il sistema democratico.
Ma questo non basta a un liberale inquieto: anche se per un miracolo il veleno Berlusconi cessasse d’inquinare il nostro sistema politico, potremmo noi giudicarlo democratico?
Per dirla sinteticamente e più generalmente: gli attuali sistemi liberaldemocratici hanno un funzionamento che si possa giudicare soddisfacentemente “democratico”? Sono sicuro di no. Continuando per estreme sintesi: è democratico il sistema che vede il suo organismo legislativo determinato per due terzi, con approssimazione pressoché perfetta, al massimo da un pugno di uomini? E per il rimanente terzo da una lista decisa anticipatamente e in cui l’elettore è totalmente escluso? La libertà decisionale dell’elettore permane solo nella ipotesi di calcoli errati delle oligarchie. I parlamentari eletti, d’altronde, non contano nulla. Già vige nella vita politica la più liberista e berlusconiana delle flessibilità: chi ha un’opinione sa che esprimerla significa rischiare d’essere licenziato; chi lavora nel suo collegio per incrementare i consensi sa che si scava la fossa da solo perché più un collegio diventa sicuro e più sarà accaparrato dall’oligarchia. Il parlamentare non ha un potere conferitogli dall’elettore, bensì dall’oligarchia che lo ha designato; l’elettore non conferisce alcun potere, al massimo determina le proporzioni tra le forze in campo. Ma andiamo ancora più in profondità: le stesse oligarchie che determinano le rappresentanze e le composizioni dei governi, a loro volta, sono libere? E qui si entra in un paradosso assurdo. Le oligarchie partitiche (gruppi ristrettissimi di politici che si cooptano) sono completamente svincolate dal controllo virtuoso del cittadino ma completamente asservite al controllo vizioso di altri poteri. La mediocrità della classe politica, non solo italiana, in questi ultimi decenni è lampante. Ma anche lampante è il sonno del pensiero politico liberale, che era il più attrezzato per escogitare marchingegni che sapessero affrontare processi degenerativi di questo genere. L’oligarchia politica, isterilendo i partiti e assuefacendo i cittadini alla constatazione che è superfluo dedicarsi alla politicità di tutto quello spazio che va dall’individuo isolato al governo della comunità, ha raggiunto il pessimo risultato del suo sganciamento dal cittadino, da quel controllo che abbiamo definito virtuoso. Fino a risultati grotteschi nel nostro paese: del sistema elettorale abbiamo detto, sulla democrazia dei partiti (e anche dei sindacati) potremmo dilungarci. Basti pensare alla sceneggiata napoletana dell’elezione di D’Alema alla presidenza dei Ds, o al fatto che c’è in Italia un partito, quello di Mastella, che dalla sua nascita ha designato parlamentari e addirittura ministri senza celebrare neppure una volta qualcosa che assomigliasse a un congresso.
Contemporaneamente la stessa oligarchia non ha alcuna autonomia nei confronti sia del potere economico sia del potere giudiziario sia del potere mediatico. La politica ha messo su un teatrino costosissimo, il cui costo può essere pagato o consumando reati e quindi sottoponendosi alla discrezione della magistratura, o rendendosi strumenti servizievoli di settori del potere economico. In America l’altissimo costo della politica rende i presidenti obbedienti servitori delle lobbies economiche, e il fatto che sia pubblico non rende meno grave lo scandalo. In Italia Fanfani escogitò una soluzione stabilendo un rapporto privilegiato con l’economia pubblica, col risultato però di pervertirla. Ora, almeno per la Destra, il problema è risolto, giacché il potere economico e mediatico fa politica in prima persona, eliminando ogni mediazione o riducendola a poca cosa. Siamo quindi alla fine dell’ipocrisia, di quel poco di ipocrisia che c’è nel galateo politico. Siamo alla brutalità sfacciata, alla fine stessa della politica. Lo studio legale del Cavaliere ora si chiama Commissione Giustizia o Ministero degli interni. Son tutte cose, queste, sotto gli occhi di ciascuno. Eppure nessuno sottolinea la centralità e la pregiudizialità della questione della “politica”. Dobbiamo farlo noi liberali. Lo deve fare tutta la Sinistra.
Non è qui il caso di dilungarci sulle medicine, in altre sedi mi sono divertito a escogitare qualche rimedio. Ma va almeno sottolineato con grande energia il principio che deve ispirare ogni meditazione sull’argomento: va ripreso il principio liberale della separazione dei poteri. Ed estenderlo a ogni rapporto pubblico col massimo rigore. Noi liberali dobbiamo rilanciare l’esigenza dell’autonomia e della democratizzazione della politica. La politica deve essere autosufficiente e decisa davvero dal cittadino. La brutalità e la semplificazione dell’anomalia Berlusconi ci costringe su due fronti: da una parte, contestare il vertiginoso crollo della democrazia nostrana; dall’altra, non possiamo dimenticare prospettive più ampie.


Lo stato neutrale
La terza parola è proprio il Potere. E’ la bestia nera dei liberali. Ogni loro meditazione in un modo o in un altro riguarda il potere, che è la faccia opposta della libertà. Il potere è anche la medicina che rende sempre vitale il liberalismo, perché non è mai uguale a se stesso, trova mille forme espressive, si nasconde in ogni rapporto. Come credo necessario estendere all’intera sfera pubblica il principio separazionista, e applicarlo con costanza, così credo che sia possibile adottare nella sfera sociale e privata la divisa di Foucault: ”Là dove c’è potere , c’è resistenza”.
Ma cos’è il potere? Come avviene sovente, la prima definizione è quella giusta, ed è di Platone: è la capacità “d’influenzare un altro, o di essere influenzati da un altro”.
Nasciamo non-liberi perché le condizioni sociali, naturali, genetiche, estetiche, psicologiche, da quando comincia la nostra relazione col mondo, determinano un inesorabile ed inevitabile dislivello tra noi e tutti gli altri. E ogni disuguaglianza provoca qualcosa. Nel nostro caso, è causa di illibertà. Tra individui o tra soggetti e istituzioni le relazioni sono sempre asimmetriche e pluridimensionali. Nei rapporti umani questo rapporto di disuguaglianza positiva o negativa si chiama, appunto, Potere. La liberazione per l’individuo e la politica per i gruppi non sono che una perenne corsa per diminuire il potere negativo (quando il dislivello è a nostro svantaggio) dell’handicap iniziale, cui si aggiungono sempre nuovi pesi che nascono da sempre nuovi dislivelli.
Subire il potere (o esercitarlo, quando alcuni dislivelli sono a nostro vantaggio) è il destino dell’individuo. Il pensiero politico liberale s’è esercitato nella continua lotta contro il potere con qualche successo almeno nel campo delle istituzioni. Pure per i diritti civili e per i diritti sociali è stato il pensiero più attrezzato per rivendicarli. Ora non può più porre limitazioni al suo campo d’azione e di analisi. Deve sottolineare qualunque dislivello di potere e affrontarne le conseguenze, che sono tutte limitazioni della libertà individuale.
Il soggetto non nasce tale, è inserito in una rete costrittiva fatta da natura e da società. La sua libertà è proprio quella di fare di sé un soggetto, raggiungendo il massimo grado possibile di autonomia e di capacità "Critica". Può sembrare, questo, un discorso astratto, ma non lo è. E se condotto – come si deve – alle sue conseguenze rigorose è addirittura eversivo di usi e costumi attuali. Significa percorrere ciò che rimane ancora della strada del processo di individualizzazione. Si possono trovare esempi anche banali su questi punti fermi che dimostrano come non siano divenuti “mentalità corrente” o sensibilità liberale generalmente percepita. Non è entrato nell’uso comune l’acquisto – per esempio – di più giornali di differenti tendenze. Ciascuno si abbevera alla fonte che gli dà l’acqua che si aspetta, ma evidentemente ancora trova sgradevole o poco rassicurante mettere a confronto sapori contrastanti. O ancora: appare ancora normale e non una violenza inaudita il determinare nei minori, ovvero in persone che non sono in grado di giudicare, delle scelte morali e religiose che influenzeranno la loro futura vita consapevole. Così l’educazione imposta ai minori si fonda su regole morali che sono quelle consolidate della comunità o anche solo dei genitori, e si trascura del tutto il dovere del sempre maggiore ampliamento delle capacità critiche del minore per potergli far giudicare su una gamma sempre aperta di opzioni. D’altronde questo processo d’individualizzazione non è che una tappa della codificazione dei tre secoli passati che cominciò a strappare, in nome dello Stato, o meglio dello Stato garante dei diritti, la sottrazione formale dei figli dal potere domestico. Ed è inutile contrapporre a questa tesi la concezione liberale antistatalista (che vede la legge come limitazione comunque della libertà individuale), perché in queste legislazioni si è cominciato a sottrarre potere non all’individuo, ma potere dell’individuo sugli altri. Quindi, non negazione della “libertà negativa”. Infatti lo stesso campione della stessa, Constant, sostenne sempre la funzione dello stato come difensore dell’individuo da tutti gli altri. In tempi futuri prossimi, speriamo, ci scandalizzeranno comportamenti che oggi sono considerati normali. L’attuale coercizione violenta che impone a un individuo appena nato d’entrare forzosamente in una chiesa quando non ha la capacità e la possibilità di rifiutarsi ci apparirà un’usanza barbarica e intollerabile così come ai giovani d’oggi risulta incomprensibile che appena ieri nella società occidentale fosse la famiglia a scegliere ai figli e alle figlie i rispettivi moglie e marito, e per tutta la vita.
Per chiudere questo ragionamento in una formula, si tratta di completare, portandolo all’estremo, il processo d’individualizzazione, perché come abbiamo visto il potere è in ogni relazione.

La quarta parola è Sinistra. Lo schema di documento che abbiamo presentato è molto chiaro e mi esonera da discorsi più politici. Credo che nella Sinistra si affermeranno l’idea liberale e la pratica liberalsocialista se non avremo paura di portare fino in fondo il confronto con quello che giudico i due vizi fondamentali della Sinistra post-comunista, in tutte le sue accezioni: il buonismo e il rivoluzionarismo.
Le vere difficoltà per la modernizzazione del sistema politico del nostro paese è venuta dagli anni ‘30 in poi dall’azione soffocatoria che le forze comuniste hanno sempre praticato contro la Sinistra liberalsocialista, anche quando entrambe avevano formidabili nemici in comune. Non doveva esserci altra Sinistra. In questo, la loro alleanza strategica col cattolicesimo politico è stata solo l’ultima tessera d’un disegno che veniva da lontano. Anche quando tutto è crollato, la Sinistra diventata post-comunista, trovatasi orfana di idee, di schemi interpretativi e persino di valori, o si è consegnata direttamente nelle mani della Destra (vedi l’esempio assai disdicevole di molti singoli ex-comunisti infatuati del Potere forte) o si è rassegnata a una sorta di sincretismo ideale e, raccattando spezzoni di buone intenzioni presi qua e là, si mostra succube del solidarismo cattolico e del politicamente corretto; proiettando su tutti i propri vuoti avalla (ed è gravissimo) la tesi papalina che il mondo secolarizzato sia orfano di valori; precipita nel perdonismo e nel giustificazionismo. Estranea alla cultura del Soggetto, che è fatta di valori forti, di diritti, di responsabilità, di regole, di riforme, questa Sinistra bigotta crede di risolvere i problemi con i buoni sentimenti, col pietismo, con la riduzione d’ogni analisi alla contrapposizione schematica buoni-cattivi, poveri-ricchi. Al suo confronto il vecchio catechismo marxista sulle classi ci appare il massimo della perspicacia. E’ spocchiosa e maschera goffamente la sua adesione alla tolleranza e al pluralismo che è solo formale. Un grande intellettuale come Todorov ha ripetuto ciò che è evidente a ogni liberale, che l’umanità ha subito grandi sofferenze, e mattanze in gran misura, a causa della pretesa di arrecare e imporre il bene, non il male, agli altri, anche con la forza, anche se gli altri non ne vogliono sapere. Saprà la Sinistra liberarsi del fascino dannunziano e leninista della bellezza del gesto rivoluzionario, soprattutto ora che è diventato solo una caricatura di se stesso? Saprà liberarsi la Sinistra da questo giacobinismo virtuoso e dal suo corollario necessario: la violenza? Non si tratta di prenderne semplicemente le distanze per opportunità o per conformismo, ma di considerare la nonviolenza non un ingrediente tra i tanti, e il più scipito, ma la condizione essenziale della politica di chi – non possedendo alcuna verità - non ha nulla da imporre.

Ho terminato, prendetelo come uno sfogo di un riformista isolato assetato di riforme, ormai reso stanco dalle ripetizioni su scala sempre più mediocre di errori già sofferti tutti in gioventù, ormai anche stanco d’aspettare che le forze del progresso trovino finalmente una unità plurale fondata sull’unico valore forte che ci sia, la libertà. Però continuo a stare qui.



c)Documento finale del Forum


Una Fondazione per una ricostruzione liberale della sinistra italiana

Per una sinistra schierata senza riserve a favore delle acquisizioni della modernità, della libertà e della responsabilità degli individui

Per una sinistra che prenda sul serio i diritti affermati nelle rivoluzioni liberali, per estenderne il godimento a chi ne è escluso per ragioni economiche, sociali o morali

Per un’Europa occidentale integrata e consapevole della propria identità

Per la rigorosa laicità delle istituzioni come strumento necessario di libertà e di convivenza civile e dell’integrazione dei cittadini e come risposta alle sfide poste dalla società multiculturale

Per un’Italia laica, occidentale e moderna, contro ogni rivalutazione o nostalgia del passato clericale e fascista

Contro l’usurpazione della tradizione liberale italiana da parte di una destra extraterritoriale rispetto all’Europa liberale

Per la separazione e la limitazione dei poteri politici ed economici, contro l’occupazione delle istituzioni repubblicane e della società da parte di un regime di affaristi, di clericali e di ex fascisti

Italia 2001: i liberali introvabili

Da più di un decennio un’insistente ma vaga “domanda di liberalismo” attraversa la società e la politica italiane. Travolta dalle inchieste sulla corruzione la vecchia classe politica dirigente, travolti dal crollo del comunismo reale i consensi elettorali le idee portanti e i riflessi culturali della parte largamente maggioritaria della sinistra, entrambi i poli del sistema politico hanno cercato di accreditarsi come “liberali”.
Purtroppo, a distanza di un decennio, ci ritroviamo invece con una destra e con una sinistra ancora largamente espressione delle culture politiche di cui sono eredi: da una parte una destra che deve la sua rinascita e la sua aggregazione all’iniziativa del suo leader e padrone, che è interamente plasmata sulla base dei suoi interessi economici e personali; una destra ancora largamente estranea, in sue essenziali componenti, alla modernità liberale, e i cui intellettuali organici si impegnano nella rivalutazione del clericalismo antirisorgimentale e perfino in una parziale rivalutazione del fascismo storico; dall’altra, una sinistra in cui riemergono spesso, in modo ormai sempre più estenuato ma non per questo meno dannoso alla sua immagine e credibilità, echi e riflessi di una tradizione antioccidentale che aveva trovato la sua più tipica fisionomia nella stagione dell’incontro fra eredi del comunismo gramsciano e del cattolicesimo controriformista.
Anziché condurre a una normale e fisiologica alternanza, come ovunque nel resto dell’Occidente, fra una sinistra sostanzialmente liberale e una destra sostanzialmente liberale, le riforme elettorali degli ultimi anni ci hanno consegnato un sistema politico che ci chiede di scegliere fra clericali estremisti, eredi non pentiti del fascismo e razzisti orgogliosamente sprovveduti, unificati e guidati da un multimiliardario senza cultura e radici e titolare di una concentrazione di poteri inaudita in democrazia da una parte, ed eredi non troppo pentiti del compromesso storico dall’altra.
Perseguita nella scorsa legislatura attraverso il tentativo di riformare la Costituzione del 1948, la legittimazione reciproca fra gli eredi dei contrapposti totalitarismi si è alla fine prodotta, lasciandoli quasi soli protagonisti della scena politica, nonostante la presenza nella società italiana di una domanda di modernità e di liberalismo forse non ancora maggioritaria, ma certamente viva e crescente.

Critica liberale

Negli ultimi trent’anni e più, Critica liberale è stata, assieme a pochi altri e pur con mezzi e strumenti praticamente nulli, la voce di una piccola ma significativa presenza liberale all’interno della sinistra italiana. Oggi, dopo la storica sconfitta che ha travolto la sinistra nelle elezioni dello scorso maggio, si propone di concorrere a rifornire di idee e materiali liberali la necessaria ricostruzione di quello schieramento.

Fare i conti con la modernità

Crediamo che una sinistra occidentale che voglia seriamente e finalmente fare propri i valori della democrazia liberale debba compiere fino in fondo alcune scelte che sono comuni a tutte le sinistre occidentali, ma che ancora non sono state del tutto digerite in Italia.
Oggi, di fronte alla minaccia mortale portata dall’oscurantismo fondamentalista di matrice religiosa, più ancora di ieri, una sinistra occidentale ed europea non può non riconoscersi positivamente partecipe della modernità politica europea. Tutte le obiezioni, anche condivisibili, sulla mancanza di governo e sui rischi e gli squilibri propri della globalizzazione non possono condurre a vedervi una minaccia più che un’opportunità di sviluppo e perfino di – relativa – redistribuzione internazionale della ricchezza, nonché di estensione dei diritti e delle libertà individuali a paesi che finora ne sono stati esclusi. La coscienza dei limiti che ancora incontra lo sviluppo della democrazia e delle libertà nelle nostre società e il rispetto per le altre culture non possono oscurare la consapevolezza che ciò che distingue innanzitutto la democrazia liberale da tutte le altre civiltà, del passato come del presente, è precisamente il valore attribuito alla dignità e alla libertà degli individui, e al rispetto per la pluralità delle opinioni e delle conseguenti possibili scelte di vita. Ogni sinistra occidentale moderna non può che caratterizzarsi essenzialmente per lo scopo di far godere di tali libertà chi ancora ne è escluso, di rendere universale ed effettiva la fruizione delle libertà individuali che sono tipiche e fondanti dell’identità stessa della civiltà democratica e liberale.

Per un’Italia liberale

A fronte della ridefinizione polemica accreditata da varie agenzie culturali nell’Italia dell’ultimo decennio ad uso e consumo dello schieramento berlusconiano, non è superfluo ripetere che il liberalismo è la dottrina politica che persegue la massimizzazione delle libertà individuali attraverso lo strumento della limitazione dei poteri. Lungi dal costituire (purtroppo) il “pensiero unico” del mondo globalizzato, il liberalismo inteso come prassi e come dottrina politica coincide in larga misura con una civilizzazione (per dirla con Braudel, una civilizzazione come spazio, come società, come economia, come cultura): quella in cui esso ha avuto relativa e progressiva applicazione nell’Occidente degli ultimi tre secoli, caratterizzandolo rispetto a ogni altra civilizzazione precedente o contemporanea. Applicazione relativa, perché una teoria dei limiti del potere è destinata a una realizzazione sempre precaria, e a un conflitto senza fine con la naturale tendenza dei governanti, delle burocrazie e dei poteri di fatto a superare tali limiti e a espandere i propri poteri, sicché nessuna conquista liberale può mai essere considerata davvero definitiva; progressiva, perché i principi liberali hanno dimostrato di essere suscettibili di sempre più penetranti e inizialmente impensabili applicazioni a sempre più vasti ambiti della vita sociale: pochi fra i padri della Costituzione americana avrebbero sospettato che le stesse formule del Bill of Rights sarebbero state invocate dopo qualche decennio per assicurare uguali diritti ai neri e alle donne, che la loro applicazione in tal senso sarebbe stata considerata in seguito scontata e ovvia, e che esse sarebbero state poi invocate per sostenere cause come la gelosa e penetrante difesa della privacy, la libertà di scelta in materia di aborto, i diritti civili degli omosessuali americani, il diritto di vilipendere la bandiera nazionale o la libertà di espressione della stampa pornografica.
In questo senso, in quanto coincide con una civilizzazione, il liberalismo dovrebbe essere – noi auspichiamo che lo diventi anche in Italia, anche se è ben lungi da esserlo nelle attuali condizioni – innanzitutto un “prepartito”, lo sfondo di valori etico-politici generalmente condivisi cui tutti i principali attori del sistema politico dovrebbero potersi richiamare, la Grundnorm di ogni ordinamento politico occidentale.
All’interno di questo comune orizzonte di valori fondamentali generalmente condivisi dovrebbe potersi svolgere, come ovunque nel resto dell’Occidente, ogni competizione politica, anche aspra, fra una sinistra e una destra sostanzialmente liberali: una sinistra preoccupata soprattutto dell'insufficiente grado di attuazione dei "principi dell'89" e impegnata a rivendicarne una più penetrante diffusione, possibile ed efficace solo in un contesto di relativa maggiore perequazione economica, di relativa uguaglianza delle opportunità e di radicale uguaglianza sociale e giuridica; e una destra più preoccupata di non mettere a repentaglio le libertà esistenti, di salvaguardare le ragioni dell'indipendenza economica dell'individuo nei confronti dello Stato, sospettosa delle politiche redistributive, più ancorata agli stili di vita e ai costumi tramandati dalla tradizione e refrattaria ad avallare innovazioni legislative miranti a emanciparne la società e a favorirne il superamento.

Per un’Europa consapevole della sua identità

Riteniamo che l’integrazione fra democrazie reali sia la sola via per tentare di regolare e disciplinare i processi economici che sfuggono alla dimensione degli Stati nazionali, oltre che per contrastare la criminalità organizzata internazionale e le minacce terroristiche dei nemici della democrazia liberale. L’Unione europea non deve diventare una versione continentale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, forte soprattutto dell’assoluta e insuperabile eterogeneità delle culture dei suoi paesi membri, ma il principale soggetto politico della democrazia liberale europea, forte di un’identità e di una soggettività etico-politica di cui i suoi popoli devono divenire consapevoli. Anzi, di fronte all'apparente esaurimento delle condizioni e delle spinte geopolitiche che avevano naturalmente favorito in questi ultimi decenni il processo di integrazione dell'Europa, il futuro del federalismo europeo è oggi subordinato alla sua capacità di dare una risposta alternativa, fondata sulla comune identità liberale e democratica dell'Europa occidentale, e sui suoi valori universalistici, anche al bisogno di identità, di appartenenza e di senso che si esprime attraverso la riscoperta dei vecchi nazionalismi esclusivistici, o attraverso la riscoperta o l'invenzione di altrettanto escludenti microidentità etnoregionalistiche.
Di fronte ai nuovi nostalgici di un mitico e idealizzato passato premoderno e prescientifico e di società omogenee, organiche e tradizionaliste, una sinistra europea che si voglia liberale deve dunque essere risolutamente favorevole a un rilancio anche ideale del federalismo europeo, sottraendolo alla mera gestione routinaria e burocratica degli apparati e delle diplomazie. Solo attraverso la nascita di un soggetto politico concreto sarà forse possibile rendere gli europei consapevoli del valore e dell’unicità della società aperta in cui è loro capitato di vivere. Una consapevolezza che spesso manca, proprio perché caratteristica peculiare dell’Occidente liberale è la capacità di riflessione critica su se stesso, ma che talvolta rischia di metterne a repentaglio la solidità culturale, esponendolo a ingiustificati complessi di inferiorità anche di fronte a culture riemergenti prive di analoghe capacità di critica, in quanto fondate su basi religiose, tradizionaliste, non di rado intolleranti e talora violentemente aggressive.

Laicismo, condizione di libertà e di convivenza civile

Le società europee, e fra esse, da almeno un quarto di secolo, la società italiana, sono società secolarizzate e sempre più multiculturali. Perché questo fecondo multiculturalismo non si estenda anche al campo dei rapporti etico-politici mettendo in questione i valori fondamentali della convivenza liberale, è necessario affermare che solo il più rigoroso rispetto della laicità delle istituzioni può garantire un terreno comune per l’integrazione e la pari dignità sociale di tutti i cittadini e, lungi dal costituire la riproposizione di antiche e superate divisioni, un tale rigoroso rispetto della laicità delle istituzioni è anche la condizione necessaria e primaria perché la nuova società multiculturale non si trasformi in un assemblaggio di microcomunità integraliste e settarie, ciascuna dotata delle proprie istituzioni educative, ostili fra loro o meramente conviventi nell'attesa d’essere abbastanza forti per sopraffarsi a vicenda. In società storicamente segnate dalla pretesa di predominio di una denominazione religiosa sulla vita civile e sui costumi, ed esposte alla comparsa di nuovi fondamentalismi, il laicismo torna ad essere condizione della libertà dei cittadini e della sopravvivenza della società aperta.
Su questioni come il diritto dei giovani a un’istruzione libera (cioè laica e non autoritativamente predeterminata da scelte altrui), la libertà della ricerca scientifica, la difesa in ogni campo della laicità delle istituzioni, il riconoscimento dei diritti delle famiglie di fatto e del carattere pluralistico dei modelli di famiglia, la lotta contro le discriminazioni e per i diritti umani e civili degli omosessuali e il riconoscimento delle loro unioni, l’aborto per via non chirurgica, il superamento del proibizionismo, e su tutte le gravi questioni della bioetica, non c’è sinistra del mondo occidentale che non si caratterizzi, in tutto o in parte, con maggiore o minore radicalità, attribuendovi maggiore o minor peso nell’ambito della propria proposta politica, per posizioni improntate, rispetto a quelle della destra, a una chiara e riconoscibile scelta di libertà.

L’identità italiana: nessuna rivalutazione del passato clericale e fascista

Rapporto con la modernità, integrazione europea e laicismo rimandano alla questione dell’identità italiana. Il discorso pubblico sulla storia è stato spesso utilizzato in questi anni per fornire qualche plausibilità culturale a uno schieramento politico che intendeva amalgamare in un fronte comune il preteso “liberalismo” di Berlusconi (almeno nella sua prima versione) con gli eredi del fascismo e del clericalismo antirisorgimentale e con il grottesco nazionalismo regionale dei leghisti. In nome di un generico e preteso “moderatismo” (carico in realtà di elementi eversivi rispetto alla storia della democrazia repubblicana), per un verso si è inteso ricostruire un senso dell’identità italiana che fosse totalmente slegato da qualunque riferimento a valori civili ed etico-politici, riducendo in tal modo l’identità italiana e l’idea di “patria” a un nazionalismo sostanzialmente etnico, l’unico capace di ricomporre una continuità ideale fra l’Italia fascista e quella democratica (un’idea dell’identità collettiva, tra l’altro, strutturalmente omogenea a quella posticcia dei “padani” e come tale incapace di contrastarla); per un altro verso si è avviata una critica etico-politica del processo risorgimentale, imputato di avere voluto costruire l’unità della nazione in opposizione ai sentimenti religiosi radicati nel popolo, rendendone così irrimediabilmente precarie la solidità e la legittimazione.
Di fronte a questa pretesa, va ribadito che, per noi, il processo risorgimentale ha significato innanzitutto, sia nella sua versione di destra alla Cavour, sia in quella di sinistra alla Cattaneo, l’immissione dell’Italia nella modernità politica europea, cioè la sua reintegrazione fra i paesi civili e quindi fra le democrazie liberali: impresa impensabile se non in contrapposizione al cattolicesimo clericale ottocentesco. La lotta per la libertà religiosa, e quindi per la separazione fra Stato e Chiesa cattolica, l’abbattimento del potere temporale con cui si compì l’unità del paese, sono quel che conferì a quella vicenda nazionale un significato e un valore per l’intero Occidente. Per noi, in quanto eredi di quel Risorgimento, l’Italia fascista, che ne ripudiò le scelte europee e liberali e ne abbatté le istituzioni, non è la nostra patria in un momento storico diverso, ma un paese straniero e nemico, che alla nostra patria, cioè all’Occidente liberale cui il Risorgimento ci aveva ricongiunto, mosse una guerra di aggressione, fortunatamente e meritatamente conclusasi con la sua disfatta.

Liberalismo e liberismo

Le società liberali sono aperte e poliarchiche. Non esistono quindi società liberali senza libero mercato e senza libertà economiche. Ma il liberalismo europeo e occidentale non è soltanto liberismo, e non è il grado di intervento dello Stato nell’economia, né tanto meno il livello della pressione fiscale, a determinare da solo il carattere liberale o non liberale di un paese, del suo governo o della sua politica economica. Il Cile di Pinochet (come sempre più la Cina comunista di oggi e buona parte dei paesi islamici tradizionalisti) fu un paese pienamente liberista e assolutamente illiberale; la Svezia di quegli stessi anni, all’apice dello sviluppo del suo ridondante Welfare, fu fra i paesi più liberali del mondo nel campo della tutela dei diritti di libertà: così, le sinistre americane e francesi sono sempre state più delle rispettive destre attente alla tutela delle libertà individuali.
La ricostruzione del concetto di liberalismo ad uso e consumo dello schieramento berlusconiano ha invece preteso e pretende, con metodi e argomenti da Sant’Uffizio, di espungere dalla storia del liberalismo occidentale almeno una larga metà della sua tradizione culturale, almeno tutta quella che si diparte da un classico come John Stuart Mill. Una martellante campagna di opinione ha cercato in questo decennio di convincere gli italiani di media cultura che l’inglese liberal corrisponde all’italiano liberale tanto poco quanto l’inglese ingenuity (ingegnosità) corrisponde all’italiano ingenuità. Sarebbe interessante chiedere a costoro quand’è che questa dissociazione si sarebbe verificata: se il liberalismo, oltre che una dottrina politica è anche una civiltà, sarebbe utile sapere quando la (modesta) tradizione liberale del nostro paese avrebbe intrapreso una via diversa e opposta rispetto a quella dei paesi che del liberalismo avevano inventato, se non il nome, la prassi e la teoria. È così facile dimenticare che Keynes fu il presidente del Partito liberale britannico? Che Lord Beveridge ne fu autorevole esponente? Che gli scritti politici di Keynes (esecrato all’epoca dalla sinistra marxista) venivano pubblicati, negli anni sessanta perfino dagli enti culturali legati al Partito liberale di Malagodi?
Il laissez faire propagandato negli ultimi anni da alcuni troppo zelanti intellettuali organici della destra come sola versione autentica del liberalismo per un verso non corrisponde affatto alla politica concreta della destra italiana, preoccupata semmai, all’opposto, della difesa dei monopoli contro ogni legislazione a tutela della concorrenza, in contrasto con l’intera tradizione del pensiero liberista italiano, dai tempi di De Viti De Marco a quelli di Einaudi e di Ernesto Rossi; più in generale quello schieramento si è dimostrato sempre tutt’altro che liberista quando sono stati in questione gli interessi del padrone o quelli dei suoi elettori. Per un altro verso, non solo è in realtà assolutamente contestabile che il liberalismo abbia storicamente coinciso con il laissez faire, ma vi è un intero filone del pensiero liberale occidentale degli ultimi centocinquant’anni che non ha assolutamente visto nell’intervento dello Stato nell’economia o nell’edificazione del Welfare una smentita, bensì uno strumento per l’estensione del godimento delle libertà individuali che sono tipiche e fondanti dell’identità stessa della civiltà democratica e liberale a chi fino ad allora ne era escluso. Che le teorizzazioni formulate in tal senso da Hobhouse o da Dewey abbiano oggi largamente perso attualità e praticabilità in conseguenza di molti fattori intervenuti successivamente (il successo di quelle stesse politiche, il calo demografico, la concorrenza internazionale in un’economia globalizzata, la rivoluzione informatica e il declino della società industriale) non è argomento sufficiente per espungere questa linea di pensiero dalla storia del liberalismo o per pretendere di scomunicare chi non sia disposto a giurare sugli esiti estremi delle teorizzazioni di Hayek. Certo oggi non daremmo torto a quest’ultimo, quando, nella sua polemica con Kelsen (come Einaudi in quella analoga con Croce), sosteneva che la difesa delle libertà liberali era impensabile al di fuori di un’economia di mercato (anche se non arriveremmo certo, come Hayek, a vedere in qualunque intervento pubblico nell’economia una potenziale minaccia a quelle libertà), ma ancor oggi il compito di ogni sinistra occidentale moderna e liberale rimane precisamente quello di estendere, con strumenti e metodi ovviamente aggiornati, il godimento effettivo delle libertà liberali e delle opportunità offerte dalla società aperta a chi ne è escluso per ragioni economiche, sociali o morali.

Non assuefarsi a una prassi politica concretamente illiberale

Sono altre le ragioni di estraneità al liberalismo come prassi, come dottrina politica e come orizzonte di civiltà. La cronaca politica italiana degli ultimi mesi ne fornisce segnali, purtroppo, in abbondanza.
Nulla appare più estraneo alla prassi e alla tradizione liberale occidentale della concentrazione nelle stesse mani di una quota così smisurata di potere politico, economico e mediatico come quella attualmente nelle mani del capo della destra. Va appena ricordato come uno degli argomenti più ovvi della critica al comunismo reale fosse costituita proprio dalla concentrazione nelle mani delle stesse persone dell’intero potere politico e dell’intero potere economico (e mediatico) di quei regimi.
Il preteso “moderatismo” della destra si carica di motivi giacobini quando pretende di trasformare il processo politico democratico in una serie di appelli plebiscitari a un consenso popolare ritenuto capace di spianare e azzerare i freni, i contrappesi, le garanzie, le regole e i controlli che sono propri e tipici della divisione dei poteri nell’Occidente liberale. Oggi in Italia il consenso plebiscitario della maggioranza del corpo elettorale è ritenuto (come nella teoria costituzionale sovietica ai tempi del comunismo reale, come nelle teorizzazioni di Togliatti alla Costituente) capace di superare e sovvertire qualunque regola del gioco, inclusa la stessa amministrazione della giustizia penale. Ogni filtro e anticorpo ancora presente nella cultura, nella classe dirigente e nella società civile, che si frapponga al prevalere della “democrazia dei sondaggi”, è considerato un’indebita resistenza al prevalere della volontà popolare e di un modello plebiscitario anziché liberale di democrazia.
In nessun altro paese dell’Occidente è mai parso possibile ammettere come normali e accettabili partner di governo uomini politici che fino a pochi anni or sono si riconoscevano orgogliosi eredi non solo del regime fascista, ma addirittura del nazifascismo repubblichino. La destra americana, quella britannica e quella francese non sono eredi di quella tradizione, ma di chi ad essa aveva fatto la guerra; ed è in Germania più ancora che altrove che l’anomalia italiana suscita scandalo e allarme per i pericoli di contagio che essa comporta. Le ripugnanti vicende di Genova e la loro successiva gestione da parte del governo, che hanno screditato in modo radicale non solo un governo ma un intero paese, non sono che la naturale conseguenza della patente di legittimità rilasciata in modo così fatuo a culture politiche che a torto avevamo ritenuto, almeno in Europa occidentale, aliene se non sepolte dalla storia. Non c’è limite a quel che c’è da attendersi da parte di chi si è reso disponibile a compiere e a coprire violazioni così rivoltanti di libertà e diritti che i liberali come noi ritengono intoccabili e inalienabili; da parte di chi teorizza che i dipendenti dello Stato, di cui siamo tutti responsabili e mandanti come cittadini e come contribuenti, possano modellare i propri comportamenti sulla base di quelli dei delinquenti e dei teppisti privati che si trovano di fronte, e ne avalla anche di peggiori. Per molto meno l’intera Europa democratica aveva manifestato la sua riprovazione preventiva nei confronti del governo austriaco.

Una sinistra che deve voltare pagina

Ma anche a sinistra c’è ancora molta strada da fare. Per opporsi con qualche possibilità di successo a questa destra illiberale e sprovveduta non si tratta tanto di dividersi fra ulivisti e partitisti o fra radicali e moderati. Si tratta, ben prima, di compiere quelle scelte che, fino alla sconfitta di maggio, erano sembrate rinviabili all’infinito. Non di rincorrere qualunque moda o “movimento” compaia all’orizzonte, ma di confrontarsi fino in fondo con la propria identità e con le proprie culture. A differenza della destra, pronta a riadattatasi all’improvviso alla nuova situazione quando Berlusconi le ha offerto un’occasione di riciclaggio a basso costo, la sinistra italiana di tradizione marxista ha dovuto più volte confrontarsi, colpo dopo colpo, bastonata dopo bastonata, con le dure repliche della storia. Ma ogni tentativo di non andare fino in fondo, dalla compartecipazione subalterna al potere per evitare scelte ultimative e troppo dolorose negli anni del compromesso storico, fino al tentativo di ottenere la legittimazione definitiva in cambio di quella di avversari impresentabili, ha fin qui portato alla sconfitta.
Una sinistra che al suo fondo interpreta sempre come un riavvicinamento o una ricaduta nell’antagonismo di sistema proprio della tradizione comunista, del resto continuamente rinfacciatole dagli avversari, qualunque presa di posizione rigorosa o intransigente, anche quando si tratta di difendere le regole della democrazia, l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge o le stesse regole del mercato, è strutturalmente inadeguata a difendere con rigore quelle regole, e la stessa identità liberale ed europea del paese, di fronte ad una destra che, per le radici totalitarie di alcune sue componenti e per la mancanza di radici di altre, è portata ad ogni occasione a rimetterle in discussione o comunque a considerarle meramente indicative; ed è perennemente menomata nella sua capacità di presentarsi al paese come portatrice di una proposta alternativa di governo, di rapporti sociali più civili, di una cultura politica più affidabile e credibile.
È tempo di fare i conti fino in fondo con la cultura liberale e con la modernità, è tempo di offrire al paese, senza più i complessi e i condizionamenti di una storia da cui è ormai necessario accomiatarsi definitivamente, un’alternativa fondata sui valori tipici della sinistra nell’Europa liberale: sulla libertà, sull’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, sull’equità, sul rispetto delle regole del gioco della democrazia occidentale e della società aperta.


5 più 5
manifesto laico

1) Sì all’autonomia e al pluralismo dello stato

2) No alle ingerenze delle gerarchie ecclesiastiche

3) Sì alla rigenerazione della scuola pubblica

4) No al finanziamento statale diretto o indiretto delle scuole confessionali

5) Sì alla libertà d’insegnamento

6) No a trucchi per aggirare il dettato costituzionale: "senza oneri per lo Stato"

7) Sì alla libertà di espressione di tutte le religioni

8) No ai privilegi della chiesa cattolica

9) Sì alla libertà delle scelte morali e culturali di ciascun individuo

10) No a una legislazione che provoca disuguaglianza tra i cittadini

· · · · · ·

Esiste anche un’altra Italia. E se ne deve tenere conto. L’Italia laica di chi crede che la convivenza civile si fondi sullo spirito critico di ciascun cittadino. Di chi condanna ogni integralismo ideologico o religioso. Di chi è determinato a rispettare e difendere le regole della tolleranza e del dialogo. Di chi non fa confusione tra religione e ideologia politica, tra fede e posti di governo e di sottogoverno. Di chi sa che la libertà dello stato si fonda sulla sua autonomia. Di chi soprattutto trova ripugnante volere imporre agli altri, soprattutto alle nuove generazioni, valori univoci e verità rivelate. Il tutto con i soldi pubblici. Di chi vorrebbe che l’individuo maggiorenne fosse padrone di sé stesso e quindi libero di scegliersi le proprie relazioni e la propria morale. Di chi vorrebbe che all’individuo minorenne non fossero imposte, né dallo stato né dalla famiglia né dalle chiese, visioni del mondo univoche e totalizzanti che condizionano fortemente il suo futuro. Di chi pensa che ogni singolo debba avere effettivamente la massima libertà d’esprimersi, coltivare e realizzare la sua personalità, senza altri vincoli se non quelli derivanti sia dalla libertà degli altri sia dall'obbligo di promuoverla, garantirla, difenderla.

Siamo molto preoccupati dalle ricorrerenti e sfacciate rivendicazioni clericali, dalle aperte ingerenze sui pubblici poteri, ma ancor di più dall’acquiescenza e dai segnali di resa delle forze politiche e culturali che hanno, o dovrebbero avere, valori pluralistici contrapposti al fondamentalismo nostrano. Corriamo il rischio, frutto del neocinismo imperante, che sia messa sotto i piedi la nostra Costituzione e i principi di laicità che fondano lo stato moderno. Soltanto concezioni ferme al medioevo possono ancora concepire l’individuo sottoposto ad autorità ideologiche esterne e il pluralismo come la sommatoria di sistemi chiusi e imposti.

Il principio dello stato moderno, quello che ha salvato l'Europa dalle guerre religiose e ha garantito la libertà di culto, è la distinzione fra diritto e morale. La gerarchia ecclesiastica cattolica non si è ancora pacificata con questo principio. Essa interviene pesantemente sia sull'attività del governo e del parlamento sia, addirittura, sulle trattative per la formazione degli esecutivi. Poiché i cattolici non hanno più (o ancora) un solo grande partito, è il Vaticano a farsi partito. Già da tempo il Papa ha lanciato ufficialmente la campagna politica contro una legge democraticamente voluta dal popolo italiano (quella che regola l'interruzione volontaria della gravidanza) e contro proposte di legge o politiche dei governi locali che riguardano la regolamentazione della fecondazione artificiale e il riconoscimento delle coppie di fatto. Oltre a continuare a battere cassa pubblica per le proprie scuole confessionali. Ugualmente aperto è il contenzioso tra una pratica laica e gli ambienti politici cattolici che si fanno portavoce della Chiesa sulla negazione della donazione dei gameti che va contro la libertà di procreazione, e sulla limitazione di tecniche, accettate ovunque, per la terapia della sterilità. Ugualmente inaccettabile è il monopolio dei cattolici nel Comitato nazionale per la bioetica.

La Chiesa interferisce - come non succede in nessuno degli stati occidentali - direttamente nelle scelte politiche della nostra repubblica, perché non accetta quello che per lo stato liberale e democratico è invece il fondamento indiscutibile: "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali" (art. 3 della Costituzione).

E' chiaro che lo stato non impone, né privilegia particolari scelte morali. Secondo la Chiesa romana, invece, i cittadini non dovrebbero essere trattati egualmente, ma in relazione alla loro adesione ai principi religiosi cattolici.

Questa pretesa, occorre ribadirlo con forza e senza ambiguità alcuna, è in totale disaccordo con il nostro patto costituzionale e con la cultura politica nella quale i cittadini italiani si riconoscono tramite quel patto.

Confidiamo che il governo difenda questa fondamentale prerogativa di civiltà, che sia davvero il governo di tutti, e non il governo dei cattolici praticanti.

Invitiamo cittadini, politici, sindacalisti, amministratori, studenti, movimenti, associazioni, riviste a firmare e a far firmare questo manifesto.


La sinistra liberale contribuisce alla
CONVENZIONE DELLA  SINISTRA LAICA E LIBERALSOCIALISTA
con questo
PROGRAMMA MINIMO
in 7 punti :

1) Democrazia politica. Il nostro attuale regime politico è una democrazia mutilata: il potere pubblico è concentrato nelle mani di pochi e illusoria è la "volontà popolare", perché le scelte offerte al cittadino e all’elettore sono troppo limitate e manipolate. La democrazia interna ai partiti non è in alcun modo garantita; i procedimenti per la scelta dei candidati alle elezioni sono pilotati; i parlamentari sono perennemente sotto il ricatto degli apparati; la competizione politica è inquinata dai conflitti d’interessi irrisolti, dall’inosservanza di elementari regole d’ineleggibilità e dalla mancanza di pari condizioni; le minoranze sono sempre meno tutelate; il contrasto tra le istituzioni dello Stato nonché il mancato rispetto dei propri limiti rendono precaria la nostra democrazia. La libertà politica è legata indissolubilmente a un processo di formazione dell’opinione pubblica a struttura pluralistica e deperisce se manca un’informazione policentrica. Quindi proponiamo un "pacchetto di garanzie democratiche" che comprenda, tra l’altro, una legislazione duramente antimonopolistica, uno statuto pubblico dei partiti che garantisca la democraticità interna, una rigorosa legislazione affinché la competizione politica non sia viziata in partenza da condizioni sperequate tra le varie forze e tra i contendenti, la scelta dei candidati trasparente e affidata ai cittadini; effettive garanzie di pluralismo nei mass media.

2) Democrazia dell’alternanza. Il periodo di transizione tra la Prima e la Seconda Repubblica si concluderà, davvero, soltanto quando il Parlamento saprà varare una riforma organica per il completamento armonico di una democrazia maggioritaria, fondata sull’alternanza tra due schieramenti, che riuniscano da una parte i conservatori e dall’altra i progressisti. Le garanzie affinché la maggioranza possa esprimere un governo in grado di governare effettivamente, e la minoranza possa veramente controllare il suo operato; la scelta del premier affidata, direttamente o indirettamente, al voto popolare; un rafforzamento del Parlamento come organo di controllo politico; una seconda Camera per le autonomie locali; una netta distinzione di ruolo tra i partiti e le istituzioni; un reale rinnovo dei gruppi dirigenti: sono queste tutte condizioni necessarie per superare positivamente questa fase, in cui vediamo con preoccupazione prendere piede una concezione della politica fondata su un’estrema personalizzazione e su un populismo che fanno strage sia della partecipazione sia della politica stessa.

3) Tangentopoli. "Colpi di spugna", comunque camuffati, sarebbero irrispettosi di quel movimento di opinione pubblica che ha sorretto l’azione di alcune Procure contro la corruzione dilagante e l’arroganza di un potere che si voleva impunito. L’azione di Mani Pulite non deve interrompersi, ma deve essere affiancata dal ceto politico con nuove regole rigorose contro la corruzione pubblica. Il regime della Prima Repubblica non sottraeva solo beni pubblici, ma rubava democrazia politica ed economica, distorcendo del tutto la competizione democratica sia tra le imprese sia tra i partiti, e all’interno degli stessi apparati. Tangentopoli può chiudersi solo dopo un’inchiesta sui profitti di regime e dopo la celebrazione di processi regolari, scrupolosamente rispettosi dei diritti degli imputati.

4) Servizi segreti. La Prima Repubblica è stata funestata dall’azione criminale dei Servizi segreti deviati, che ha costituito una presenza occulta e parallela, inquinante della competizione politica democratica. Non basta continuare periodicamente a cambiare i vertici dei Servizi, ma è necessario ristrutturarli totalmente, definirne gli ambiti, renderli trasparenti compatibilmente con le ragioni di sicurezza, e sottoporli al controllo successivo di una Authority.

5) Giustizia. I processi interminabili, il rito ancora inquisitorio, la carcerazione solo per i più indifesi, la mancanza d’una diffusa cultura garantista - non opportunista ma per tutti -, la mancata distinzione tra le funzioni dell’accusa e del giudizio rendono drammatica la condizione della giustizia penale e civile, e alimentano quella "cultura del sospetto" che rende odioso il rapporto tra i cittadini e la giustizia. A una nuova disciplina del processo si deve accompagnare quindi la riforma dell’organizzazione giudiziaria.

6) Democrazia economica. Bisogna dare spazio al mercato, che però deve essere sottoposto a precise regole, con controlli e interventi correttivi, contro le degenerazioni monopolistiche. Lo Stato deve mantenere il potere e il dovere di tutelare gli interessi diffusi, in primo luogo quello ambientale, e di proteggere le posizioni più deboli rifondando la cittadinanza sociale. Garantendo una vera concorrenza e suscitando lo spirito creativo e imprenditoriale, si può arrivare a una forma di capitalismo democratico che sia tale anche per la sua composizione interna, cioè per l’ampiezza della sua base sociale e per le limitazioni imposte alle oligarchie imperanti.

7) I diritti civili. L’Italia, nonostante la lunga egemonia democristiana, ha vissuto una stagione di affermazione dei diritti civili, che ora possono essere rimessi in discussione dai sempre ricorrenti soprassalti conciliari. Adesso, oltre alla difesa e all’ampliamento dei diritti individuali, ci appare sempre più necessaria la costruzione delle condizioni giuridiche e culturali di rispetto reciproco tra gruppi maggioritari e vecchie, e nuove, minoranze.

ROMA 23 NOVEMBRE 1996


CONVENZIONE PER UNA SINISTRA LAICA E LIBERALSOCIALISTA

SIAMO LAICI, perché crediamo che la convivenza civile si fondi sullo spirito critico di ciascun cittadino, e pertanto condanniamo ogni integralismo ideologico o religioso, e siamo determinati a rispettare e difendere le regole della tolleranza e del dialogo, che costituiscono l’essenza della democrazia.

SIAMO LIBERALSOCIALISTI, perché anteponiamo il valore della libertà a tutti gli altri e perché siamo convinti che la libertà è vuota se non può esprimersi compiutamente in un contesto sociale di legalità e di equità. L’obiettivo è garantire a ciascuno la pari opportunità dello sviluppo della propria persona, in una sintesi dinamica tra garanzie di libertà e garanzie di giustizia sociale, tra competizione economica e solidarietà, tra beni individuali e beni collettivi, armonizzando così la tradizione liberale e quella socialista nei loro valori di fondo.

SIAMO A SINISTRA, perché vogliamo una democrazia maggioritaria, fondata sull’alternativa tra uno schieramento progressista e uno conservatore.
Siamo a Sinistra perché, dopo la crisi irreversibile della Prima Repubblica che ha lasciato ben poche cose pubbliche da conservare come sono, è proprio il valore riformatore della libertà a mettere in crisi la conservazione di privilegi, di pregiudizi, di poteri cristallizzati.
Siamo a Sinistra, perché la generalizzata necessità di riformare lo stato sociale, in un paese che ne ha costruito solo la caricatura clientelare, apre una crisi che deve essere risolta non dalle scorciatoie del mercato selvaggio o dal prosciugamento della solidarietà sociale, bensì con la riaffermazione d’un allargamento della cittadinanza e del diritto al lavoro.
Siamo a Sinistra in modo diverso da come questo termine è stato spesso inteso in Italia, anche perché siamo contrari a ogni statalismo soffocante, a ogni burocratismo autoreferenziale e in genere a ogni riciclaggio di vecchi apparati.

Nel panorama politico non è rappresentato da alcuna forza organizzata quello spazio a sinistra che è stato da sempre il campo tradizionale dell’impegno riformatore e della sensibilità per i diritti e le libertà degli individui. La Sinistra laica e liberalsocialista vuole riunire quanti, in quello spazio, credono che sia giunto il momento di riprendere l’iniziativa politica, cercando di qualificarla sul programma politico ispirato ai valori di una moderna sinistra progressista. Proprio perché convinti bipolaristi, riteniamo che il polo di sinistra si arricchisca rispettando tradizioni, contributi, mentalità differenti, e non cercando di omogeneizzarle in un unico confuso contenitore, oltretutto inevitabilmente esposto a egemonizzazioni. Ugualmente giudichiamo deleterio ogni tentativo d’impiantare un nuovo centro, perché riteniamo che in un sistema di democrazia dell’alternanza l’area di centro debba rimanere solo il luogo della competizione politica tra il polo conservatore e quello progressista.

Roma 23 novembre 1996

 

Appello

"CINQUE PIÙ CINQUE"
MANIFESTO LAICO
di Giorgio Bocca, "Critica liberale",
Alessandro Galante Garrone,
Vito Laterza, Paolo Sylos Labini
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