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INDICE:
TESTI:
Forum di Critica liberale: Il valore della Libertà. Una Fondazione per una ricostruzione liberale della sinistra italiana
La Fondazione Critica liberale ha deciso di convocare a Roma, il 5 ottobre
2001, un Forum di tutti gli amici di Critica e di quanti sono interessati a
confrontarsi con chi, come noi, intende fornire materiali e idee liberali per la
ricostruzione della Sinistra italiana.
La Destra ha vinto le elezioni
politiche anche perché è riuscita a convincere la maggioranza degli elettori di
saper meglio garantire libertà e modernizzazione del paese. Che questo sia
potuto accadere, che questo sia potuto apparire verosimile, non è solo merito
delle capacità demagogiche e propagandistiche di Berlusconi, non solo
dell’assenza di efficaci filtri e di anticorpi preventivi nella cultura, nella
classe dirigente e nella società civile italiane, ma anche conseguenza di gravi
limiti politici e culturali della Sinistra, di culture che hanno mostrato
drammaticamente e fino in fondo l’esaurimento della loro “spinta
propulsiva”.
Così, dopo la vittoria del 13 maggio di una Destra demagogica e
populista, siamo tutti meno liberi.
La democrazia italiana ha subito un grave
colpo perché l’intero sistema politico è ormai devastato dal monopolio
dell’informazione e da conflitti d’interesse che stravolgono le stesse regole
del gioco. E ora il governo Berlusconi, con la sua classe dirigente in troppi
casi anche personalmente compromessa, sembra pronto e legittimato a varare una
politica antisociale e clericale, che per di più usurpa il nome e il patrimonio
politico e civile del liberalismo.
Purtroppo, a una Destra così illiberale e
pericolosa, corrisponde una Sinistra che, priva di un disegno politico e
culturale capace di riaprirle orizzonti diversi da quelli del più miope
tatticismo, non riesce neppure a comprendere le ragioni della propria sconfitta
e a trarne le dovute conseguenze: l’avvio di un autentico processo di
ricostruzione, che appare ormai la sola alternativa a un progressivo esaurimento
del proprio ruolo storico e politico.
Per noi, il problema è questo: la
Sinistra riuscirà a fare i conti col pensiero liberale, laico, conflittuale,
critico, riformatore? Finché l’asse portante dell’opposizione si rifarà a
culture politiche incapaci di affrontare la realtà di un paese europeo e
secolarizzato facendo seriamente i conti con i valori forti e tipici dell’Europa
liberale come la libertà e l’equità, il dominio berlusconiano potrà continuare
indisturbato.
La Sinistra o farà i conti con il liberalismo o non
sarà.
Forse il disastro maggiore di quest’ultimo decennio è stato la
distruzione di qualunque strumento del fare politica e lo svuotamento (e
riduzione a puro formalismo) del processo democratico della formazione della
volontà politica. L’esito plebiscitario era inevitabile, e forse stiamo
assistendo solo alle sue prime avvisaglie.
La Fondazione Critica
liberale è un piccolo strumento di cultura politica e come tale la sua
capacità di penetrazione deve scontare la debolezza del suo bilancio economico.
Il momento particolarmente preoccupante per la democrazia del nostro paese e lo
spappolamento della Sinistra impongono però a tutti un rinnovato impegno. Ma
forse proprio la gravità della situazione e l’insistente ancorché vaga “domanda
di liberalismo” che sembra attraversare la società e la cultura politica
italiana, potrebbero far convergere nuovo interesse sulle nostre proposte, e
potrebbe suggerire a nuovi soggetti di compiere con noi un tratto di cammino
comune.
La Fondazione Critica liberale deve poter diventare uno dei
laboratori in grado di portare all’interno di una Sinistra plurale i valori e il
metodo del liberalismo.
Negli ultimi anni, con coerenza e autonomia
riconosciuteci da tutti, siamo stati particolarmente presenti nella difesa dal
berlusconismo, nella battaglia laica e nella critica al dalemismo. Ora c’è da
fare di più. Il Forum intende riaprire la discussione, raccogliere le energie
umane e materiali, pluralizzare la sua presenza culturale in varie città,
presentare nuove iniziative.
b) La relazione di Enzo
Marzo
In lode del separatismo
Quattro parole
Cari amici, ormai è molto tempo che non scambiamo le idee. Abbiamo voluto
questo confronto convinti che però il dialogo non si è mai interrotto. Il filo
tenue della rivista "Critica liberale" regge ormai da tantissimo tempo e non si
è spezzato nonostante l’assenza di risorse e l’esiguità delle forze. Perché? Noi
ci abbiamo messo della caparbietà e del rigore ma la ragione va rintracciata
altrove: nella necessità d’un pensiero rigorosamente liberale in un paese che
vuol essere moderno con tutte le sue forze, nonostante i suoi ceti dirigenti e
gli handicap provenienti dalla sua storia. Gli interventi di altri amici
mi sollevano da un discorso programmatico e l’esiguità del tempo risparmiano a
me e soprattutto a voi lunghe dimostrazioni col dettaglio di tutti i passaggi.
Quindi discorrerò attorno a quattro parole chiave.
La prima parola non può
essere che Incertezza.
Nel 1755 l’Europa illuminista rimase sgomenta di
fronte al terremoto di Lisbona. Anche in quell’occasione morì dio, un dio che
attraverso la natura impazzita si mostrava indifferente a vertigini
inimmaginabili di male. Dio si dimostrò a menti come quella di Voltaire più che
inesistente completamente inutile. L’11 settembre sarà per tutti noi un punto di
svolta altrettanto epocale. Certo, da sempre Dio ha armato le mani dei fanatici.
Però dall’11 settembre il nostro mondo è costretto a capire che il
fondamentalismo ha ingaggiato un conflitto diverso perché programmaticamente
all’ultimo sangue. Un conflitto muto, senza rivendicazione, perché il vero
terrore non parla, è. Un terrore che - questa è la novità sconvolgente - ha
dichiarato di non conoscere limiti. Dopo cinque secoli di lenta ascesa del
pensiero relativo, un’espressione irriducibile del pensiero assoluto, la più
troglodita, si rivolta, colpisce i simboli della modernità e mette in ginocchio
la potenza e la tecnologia. Il fondamentalismo non conosce limiti anche perché
si dimostra completamente sganciato dalla nostra logica che infantilmente ha
creduto che il potere distruttivo fosse proporzionale alla potenza. Invece,
bastano pochi individui che agiscono al livello globale per destabilizzare la
modernità e portarla alla crisi. Anche ai ciechi hanno mostrato la loro
avversione totale al liberalismo. Era dai tempi dei totalitarismi novecenteschi,
e la ferocia è la stessa, che il pensiero liberale non trovava un avversario
così irriducibile. Non sarei liberale se non pensassi che il libero pensiero e
l’individualismo sono strumenti più adatti a dare dignità alla persona umana, ma
ugualmente sarebbe sciocco dimenticare che l’umanità ha vissuto già regressioni
e periodi di terribile decadenza. E anche in quei momenti la responsabilità
della religione non fu assente. Non sarei nipotino del pessimismo illuminista se
non pensassi che “il cuore dell’uomo è un abisso da cui emergono a volte disegni
di inaudita ferocia”, come ha detto il Papa (udite udite, una citazione
papalina). Parole che sentiamo vere, ma incoerenti con l’affermazione
dell’esistenza stessa di dio).
Ma questo realismo non impedisce di cogliere
alcuni aspetti positivi. Ringraziando il cielo, sta prendendo il sopravvento il
cosmopolitismo su quello che Einaudi definiva "l’idolo immondo dello stato
sovrano". Lo stato nazionale ha compiuto la sua lunga traiettoria degenerata
nella politica imperialistica, nelle ideologie nazionaliste e razziste, e ora
nelle sue egoistiche chiusure. Esso deve essere superato con forme sempre più
allargate di sovranazionalità. Il crollo delle Torri Gemelle ha preso per la
collottola il mondo intero e gli ha rivelato che “civiltà superiori”, secondo la
definizione d’un politico parvenu e “dilettante allo sbaraglio”, vivono
nella condizione della jungla hobbesiana, senza regole, senza diritti, senza
giustizia. La globalizzazione stava esprimendo in forma selvaggia tutte le
potenzialità cosmopolite: l’economia, il commercio e infine anche la
delinquenza, e gli stati erano lontani ancora dal pensare di dover trovare una
regolamentazione del nuovo potere. Adesso ci troviamo di fronte a un conflitto
che, nella logica globalizzata, rende necessaria un’azione di polizia mondiale
che non lascia intatto o irresponsabile nessuno, ma non abbiamo un ministro
degli interni che la possa gestire, né un governo democratico che la possa
decidere. Certo, ci penseranno gli Stati Uniti, ma con quale diritto se non
quello della Realpolitik, della sua potenza militare e del suo statuto di
vittima? Diritti primordiali che non sono diritti.
"Critica" liberale" è
un’entità viva ma pressoché invisibile. Ebbene, "Critica" già negli anni ‘80
scriveva che <<la kantiana utopia liberale dell’eliminazione della guerra
con la formazione d’un unico stato mondiale è la sola via d’uscita razionale per
l’umanità. Ma - continuava "Critica" vent’anni fa – sarà raggiungibile
esclusivamente con la libera convergenza degli stati su due constatazioni: che
non possono convivere a lungo in pace paesi con organizzazioni statuali molto
differenti; che i conflitti tra stati devono trovare una disciplina non
dissimile da quella che regola i contrasti tra i cittadini all’interno dello
stato liberaldemocratico>>. Heri dicebamus. Ora non si tratta più
di “libera” convergenza, ma di “necessaria”, “vitale” convergenza. Riprecipitati
nella jungla hobbesiana dobbiamo reinventare lo stato su scala mondiale. Ma per
farlo non credo che possa dare un grande aiuto quel coacervo di interessi
contrastanti, alcuni molto regressivi e protezionistici, che ha movimentato la
vita del nostro paese alcuni mesi fa e che tristemente non riesce che ad
esprimere sacrosante esigenze di uguaglianza ma che di fronte alla complessità
balbetta solo un’analisi politica limitata grezzamente alle categorie dei
“ricchi” e dei “poveri”. Per esempio, non si tiene conto che il mondo è ancora
infestati da stati a regime totalitario. Secondo Dahl – ricordiamolo - ci sono
soltanto ventidue paesi in tutto il pianeta che con qualche approssimazione
hanno uno stabile regime democratico.
Ma torniamo al fondamentalismo. Ci
dobbiamo mettere in testa che il nostro sarà un conflitto che sarebbe sciocco
pensare in termini militari. Lo sappiamo bene che, come ci avvertono i più
intelligenti, la crisi nasconde un terribile scontro per la leadership
all’interno del mondo musulmano. Ma se questo scontro si evolve con la
prevalenza dei più fanatici si apre per tutti la prospettiva d’un conflitto
permanente molto esteso. Se la nostra potenza s’è dimostrata vulnerabilissima
anche solo a causa di un pugno di persone, non ci resta altra arma che la
lentissima opera di secolarizzazione. Non ci sono soluzioni altrettanto
alternative. Non ci resta che la contaminazione e il dialogo. Sono convinto che
i gruppi musulmani, che possono venire a contatto, sulla propria pelle, con
l’esigenza della libertà religiosa o con modelli di vita rispettosi dei diritti
umani, col tempo ne sapranno valutare le qualità. Anche il cattolicesimo s’è
dovuto arrendere al moderno. Si arrenderanno anche gli adoratori dell’altro dio
unico. E ovviamente l’opera di secolarizzazione va accentuata anche nel nostro
paese: i fanatici fedeli dell’Assoluto sono dappertutto. Il clericalismo anzi è
una malattia che alligna da sempre nel nostro paese. Speriamo che ragionando
sulle Torri Gemelle la Sinistra nostrana sappia fare due più due uguale quattro,
e cominci a rendersi conto, dalle tragedie massime alle tragedie minori, dei
danni materiali e morali dell’integralismo religioso.
L’autonomia
della politica
Seconda parola: Democrazia. Qualche tempo "Critica" ha
affiancato e ha fatto quel poco che poteva per sostenere l’azione promossa da
Sylos Labini contro Berlusconi. Precedentemente, le nostre critiche alla
Sinistra attuale erano state incessanti, sferzanti. Secondo noi, per cinque anni
la Sinistra aveva pagato lo scotto dello stato confusionale regnante nei
Democratici di Sinistra. O ancora meglio della loro ossessione d’essere
legittimati credendo d’ottenere questo salvacondotto legittimando a loro volta
gli avversari più disdicevoli. Avevamo assistito sbigottiti ma non silenti al
cupio dissolvi di un’intera classe dirigente assai mediocre che, come un
generale fellone, aveva abbandonato i soldati e li aveva mandati allo sbaraglio.
Non mi riferisco all’ultimo momento, al tempo delle candidature, ma
all’opportunismo, all’ostentazione dell’assenza di valori, alla stupidità
politica che aveva portato alla legittimazione di Berlusconi e alla liquidazione
di quell’unico argomento forte (l’impresentabilità e la pericolosità del
trafficante d’Arcore) che ci aveva permesso di sfondare nell’elettorato di
Centro nel 1996. La mediocrità d’un’azione governativa incolore – o almeno senza
i colori della Sinistra – aveva preparato con masochistica accuratezza una vera
disfatta. Avevamo visto persino ministri ostentare il loro lavoro diurno e
notturno per scovare qualche marchingegno che violasse senza darlo tanto a
vedere la nostra Costituzione. E non staremmo qui a parlarne se l’ombra lunga
della trascorsa dabbenaggine non copra ancora e dia giustificazioni alle
peggiori mascalzonate dell’attuale maggioranza.
Sylos Labini ha suonato la
sveglia, ha detto cose ovvie ma dimenticate sul Cavaliere e la sua cricca, molti
hanno seguito, Rutelli ha fatto del suo meglio e il paese ha dimostrato ancora
una volta d’essere di gran lunga migliore dei suoi rappresentanti. Certo,
abbiamo perduto, ma si è evitata la disfatta.
Nella polemica ingaggiata si è
toccato un punto assai rilevante che supera lo stesso momento elettorale: si
tratta della democrazia. L’appello di Sylos Labini arrivava a sostenere che una
vittoria del Cavaliere avrebbe messo in crisi la democrazia nel nostro paese.
Apriti cielo! Una schiera – in verità esigua – di intellettuali di Sinistra – si
fa per dire – ci ha rimproverato perché non facevamo finta, come facevano tutti,
di trovarci di fronte a un confronto elettorale del tutto normale e anzi
strillavamo per indicare a tutti che quello che stava avvenendo in Italia
costituiva una anomalia senza precedenti in nessun paese liberaldemocratico, da
sempre. Altri, berlusconiani di complemento, intingevano la penna nella loro
scarsa coscienza per sostenere che la democrazia, per essere tale, basta che
comprenda il suffragio universale. Punto e basta. In Italia finché si potrà
votare ci sarà dunque la democrazia. Per nulla scoraggiati da questi asini
cattedratici, abbiamo continuato la nostra lotta di civiltà, e anche qui torno a
ripetere che "Critica" liberale" è pronta ad affiancarsi a chiunque nel presente
voglia costituire dei Comitati d’Opposizione all’attuale regime delinquenziale
che nei primi tre mesi ha rivelato anche a chi prima si acciecava gli occhi e
non voleva vedere tutta la sua sfacciata turpitudine. Le prime leggi di questa
legislatura, compresa la legge Previti sulle rogatorie, sono esemplari, sono
state scritte dagli avvocati del presidente super-inquisito e approvate da una
maggioranza di impiegati del Cavaliere. Credo che dei Comitati d’Opposizione che
cerchino di dare voce alla protesta della società civile contro la “casa delle
banane” – non per la normale attività politica che si deve lasciare ai partiti
d’opposizione – ma per quei punti che mettono in discussione la nostra libertà,
i principi dello stato di diritto, … credo proprio che possano essere utili. Ma
ne discuteremo oggi stesso.
Io voglio gettare il sasso un po’ più distante.
E’ ripetuto da tutti, anche se i Panebianco evidentemente non si dedicano a
questo genere di letture, che la democrazia è un sistema complesso. Ed è facile
dimostrare come il regime di monopolio nel settore più importante, la
comunicazione, costituisca un vulnus irreparabile per il sistema
democratico.
Ma questo non basta a un liberale inquieto: anche se per un
miracolo il veleno Berlusconi cessasse d’inquinare il nostro sistema politico,
potremmo noi giudicarlo democratico?
Per dirla sinteticamente e più
generalmente: gli attuali sistemi liberaldemocratici hanno un funzionamento che
si possa giudicare soddisfacentemente “democratico”? Sono sicuro di no.
Continuando per estreme sintesi: è democratico il sistema che vede il suo
organismo legislativo determinato per due terzi, con approssimazione pressoché
perfetta, al massimo da un pugno di uomini? E per il rimanente terzo da una
lista decisa anticipatamente e in cui l’elettore è totalmente escluso? La
libertà decisionale dell’elettore permane solo nella ipotesi di calcoli errati
delle oligarchie. I parlamentari eletti, d’altronde, non contano nulla. Già vige
nella vita politica la più liberista e berlusconiana delle flessibilità: chi ha
un’opinione sa che esprimerla significa rischiare d’essere licenziato; chi
lavora nel suo collegio per incrementare i consensi sa che si scava la fossa da
solo perché più un collegio diventa sicuro e più sarà accaparrato
dall’oligarchia. Il parlamentare non ha un potere conferitogli dall’elettore,
bensì dall’oligarchia che lo ha designato; l’elettore non conferisce alcun
potere, al massimo determina le proporzioni tra le forze in campo. Ma andiamo
ancora più in profondità: le stesse oligarchie che determinano le rappresentanze
e le composizioni dei governi, a loro volta, sono libere? E qui si entra in un
paradosso assurdo. Le oligarchie partitiche (gruppi ristrettissimi di politici
che si cooptano) sono completamente svincolate dal controllo virtuoso del
cittadino ma completamente asservite al controllo vizioso di altri poteri. La
mediocrità della classe politica, non solo italiana, in questi ultimi decenni è
lampante. Ma anche lampante è il sonno del pensiero politico liberale, che era
il più attrezzato per escogitare marchingegni che sapessero affrontare processi
degenerativi di questo genere. L’oligarchia politica, isterilendo i partiti e
assuefacendo i cittadini alla constatazione che è superfluo dedicarsi alla
politicità di tutto quello spazio che va dall’individuo isolato al governo della
comunità, ha raggiunto il pessimo risultato del suo sganciamento dal cittadino,
da quel controllo che abbiamo definito virtuoso. Fino a risultati grotteschi nel
nostro paese: del sistema elettorale abbiamo detto, sulla democrazia dei partiti
(e anche dei sindacati) potremmo dilungarci. Basti pensare alla sceneggiata
napoletana dell’elezione di D’Alema alla presidenza dei Ds, o al fatto che c’è
in Italia un partito, quello di Mastella, che dalla sua nascita ha designato
parlamentari e addirittura ministri senza celebrare neppure una volta qualcosa
che assomigliasse a un congresso.
Contemporaneamente la stessa oligarchia
non ha alcuna autonomia nei confronti sia del potere economico sia del potere
giudiziario sia del potere mediatico. La politica ha messo su un teatrino
costosissimo, il cui costo può essere pagato o consumando reati e quindi
sottoponendosi alla discrezione della magistratura, o rendendosi strumenti
servizievoli di settori del potere economico. In America l’altissimo costo della
politica rende i presidenti obbedienti servitori delle lobbies
economiche, e il fatto che sia pubblico non rende meno grave lo scandalo. In
Italia Fanfani escogitò una soluzione stabilendo un rapporto privilegiato con
l’economia pubblica, col risultato però di pervertirla. Ora, almeno per la
Destra, il problema è risolto, giacché il potere economico e mediatico fa
politica in prima persona, eliminando ogni mediazione o riducendola a poca cosa.
Siamo quindi alla fine dell’ipocrisia, di quel poco di ipocrisia che c’è nel
galateo politico. Siamo alla brutalità sfacciata, alla fine stessa della
politica. Lo studio legale del Cavaliere ora si chiama Commissione Giustizia o
Ministero degli interni. Son tutte cose, queste, sotto gli occhi di ciascuno.
Eppure nessuno sottolinea la centralità e la pregiudizialità della questione
della “politica”. Dobbiamo farlo noi liberali. Lo deve fare tutta la
Sinistra.
Non è qui il caso di dilungarci sulle medicine, in altre sedi mi
sono divertito a escogitare qualche rimedio. Ma va almeno sottolineato con
grande energia il principio che deve ispirare ogni meditazione sull’argomento:
va ripreso il principio liberale della separazione dei poteri. Ed estenderlo a
ogni rapporto pubblico col massimo rigore. Noi liberali dobbiamo rilanciare
l’esigenza dell’autonomia e della democratizzazione della politica. La politica
deve essere autosufficiente e decisa davvero dal cittadino. La brutalità e la
semplificazione dell’anomalia Berlusconi ci costringe su due fronti: da una
parte, contestare il vertiginoso crollo della democrazia nostrana; dall’altra,
non possiamo dimenticare prospettive più ampie.
Lo stato
neutrale
La terza parola è proprio il Potere. E’ la bestia nera dei
liberali. Ogni loro meditazione in un modo o in un altro riguarda il potere, che
è la faccia opposta della libertà. Il potere è anche la medicina che rende
sempre vitale il liberalismo, perché non è mai uguale a se stesso, trova mille
forme espressive, si nasconde in ogni rapporto. Come credo necessario estendere
all’intera sfera pubblica il principio separazionista, e applicarlo con
costanza, così credo che sia possibile adottare nella sfera sociale e privata la
divisa di Foucault: ”Là dove c’è potere , c’è resistenza”.
Ma cos’è il
potere? Come avviene sovente, la prima definizione è quella giusta, ed è di
Platone: è la capacità “d’influenzare un altro, o di essere influenzati da un
altro”.
Nasciamo non-liberi perché le condizioni sociali, naturali,
genetiche, estetiche, psicologiche, da quando comincia la nostra relazione col
mondo, determinano un inesorabile ed inevitabile dislivello tra noi e
tutti gli altri. E ogni disuguaglianza provoca qualcosa. Nel nostro caso, è
causa di illibertà. Tra individui o tra soggetti e istituzioni le relazioni sono
sempre asimmetriche e pluridimensionali. Nei rapporti umani questo rapporto di
disuguaglianza positiva o negativa si chiama, appunto, Potere. La
liberazione per l’individuo e la politica per i gruppi non sono
che una perenne corsa per diminuire il potere negativo (quando il dislivello è a
nostro svantaggio) dell’handicap iniziale, cui si aggiungono sempre nuovi
pesi che nascono da sempre nuovi dislivelli.
Subire il potere (o
esercitarlo, quando alcuni dislivelli sono a nostro vantaggio) è il destino
dell’individuo. Il pensiero politico liberale s’è esercitato nella continua
lotta contro il potere con qualche successo almeno nel campo delle istituzioni.
Pure per i diritti civili e per i diritti sociali è stato il pensiero più
attrezzato per rivendicarli. Ora non può più porre limitazioni al suo campo
d’azione e di analisi. Deve sottolineare qualunque dislivello di potere e
affrontarne le conseguenze, che sono tutte limitazioni della libertà
individuale.
Il soggetto non nasce tale, è inserito in una rete costrittiva
fatta da natura e da società. La sua libertà è proprio quella di fare di sé un
soggetto, raggiungendo il massimo grado possibile di autonomia e di capacità
"Critica". Può sembrare, questo, un discorso astratto, ma non lo è. E se
condotto – come si deve – alle sue conseguenze rigorose è addirittura eversivo
di usi e costumi attuali. Significa percorrere ciò che rimane ancora della
strada del processo di individualizzazione. Si possono trovare esempi anche
banali su questi punti fermi che dimostrano come non siano divenuti “mentalità
corrente” o sensibilità liberale generalmente percepita. Non è entrato nell’uso
comune l’acquisto – per esempio – di più giornali di differenti tendenze.
Ciascuno si abbevera alla fonte che gli dà l’acqua che si aspetta, ma
evidentemente ancora trova sgradevole o poco rassicurante mettere a confronto
sapori contrastanti. O ancora: appare ancora normale e non una violenza inaudita
il determinare nei minori, ovvero in persone che non sono in grado di giudicare,
delle scelte morali e religiose che influenzeranno la loro futura vita
consapevole. Così l’educazione imposta ai minori si fonda su regole morali che
sono quelle consolidate della comunità o anche solo dei genitori, e si trascura
del tutto il dovere del sempre maggiore ampliamento delle capacità critiche del
minore per potergli far giudicare su una gamma sempre aperta di opzioni.
D’altronde questo processo d’individualizzazione non è che una tappa della
codificazione dei tre secoli passati che cominciò a strappare, in nome dello
Stato, o meglio dello Stato garante dei diritti, la sottrazione formale dei
figli dal potere domestico. Ed è inutile contrapporre a questa tesi la
concezione liberale antistatalista (che vede la legge come limitazione comunque
della libertà individuale), perché in queste legislazioni si è cominciato a
sottrarre potere non all’individuo, ma potere dell’individuo sugli altri.
Quindi, non negazione della “libertà negativa”. Infatti lo stesso campione della
stessa, Constant, sostenne sempre la funzione dello stato come difensore
dell’individuo da tutti gli altri. In tempi futuri prossimi, speriamo, ci
scandalizzeranno comportamenti che oggi sono considerati normali. L’attuale
coercizione violenta che impone a un individuo appena nato d’entrare
forzosamente in una chiesa quando non ha la capacità e la possibilità di
rifiutarsi ci apparirà un’usanza barbarica e intollerabile così come ai giovani
d’oggi risulta incomprensibile che appena ieri nella società occidentale fosse
la famiglia a scegliere ai figli e alle figlie i rispettivi moglie e marito, e
per tutta la vita.
Per chiudere questo ragionamento in una formula, si
tratta di completare, portandolo all’estremo, il processo d’individualizzazione,
perché come abbiamo visto il potere è in ogni relazione.
La quarta parola
è Sinistra. Lo schema di documento che abbiamo presentato è molto chiaro e mi
esonera da discorsi più politici. Credo che nella Sinistra si affermeranno
l’idea liberale e la pratica liberalsocialista se non avremo paura di portare
fino in fondo il confronto con quello che giudico i due vizi fondamentali della
Sinistra post-comunista, in tutte le sue accezioni: il buonismo e il
rivoluzionarismo.
Le vere difficoltà per la modernizzazione del sistema
politico del nostro paese è venuta dagli anni ‘30 in poi dall’azione
soffocatoria che le forze comuniste hanno sempre praticato contro la Sinistra
liberalsocialista, anche quando entrambe avevano formidabili nemici in comune.
Non doveva esserci altra Sinistra. In questo, la loro alleanza strategica col
cattolicesimo politico è stata solo l’ultima tessera d’un disegno che veniva da
lontano. Anche quando tutto è crollato, la Sinistra diventata post-comunista,
trovatasi orfana di idee, di schemi interpretativi e persino di valori, o si è
consegnata direttamente nelle mani della Destra (vedi l’esempio assai
disdicevole di molti singoli ex-comunisti infatuati del Potere forte) o si è
rassegnata a una sorta di sincretismo ideale e, raccattando spezzoni di buone
intenzioni presi qua e là, si mostra succube del solidarismo cattolico e del
politicamente corretto; proiettando su tutti i propri vuoti avalla (ed è
gravissimo) la tesi papalina che il mondo secolarizzato sia orfano di valori;
precipita nel perdonismo e nel giustificazionismo. Estranea alla cultura del
Soggetto, che è fatta di valori forti, di diritti, di responsabilità, di regole,
di riforme, questa Sinistra bigotta crede di risolvere i problemi con i buoni
sentimenti, col pietismo, con la riduzione d’ogni analisi alla contrapposizione
schematica buoni-cattivi, poveri-ricchi. Al suo confronto il vecchio catechismo
marxista sulle classi ci appare il massimo della perspicacia. E’ spocchiosa e
maschera goffamente la sua adesione alla tolleranza e al pluralismo che è solo
formale. Un grande intellettuale come Todorov ha ripetuto ciò che è evidente a
ogni liberale, che l’umanità ha subito grandi sofferenze, e mattanze in gran
misura, a causa della pretesa di arrecare e imporre il bene, non il male, agli
altri, anche con la forza, anche se gli altri non ne vogliono sapere. Saprà la
Sinistra liberarsi del fascino dannunziano e leninista della bellezza del gesto
rivoluzionario, soprattutto ora che è diventato solo una caricatura di se
stesso? Saprà liberarsi la Sinistra da questo giacobinismo virtuoso e dal suo
corollario necessario: la violenza? Non si tratta di prenderne semplicemente le
distanze per opportunità o per conformismo, ma di considerare la nonviolenza non
un ingrediente tra i tanti, e il più scipito, ma la condizione essenziale della
politica di chi – non possedendo alcuna verità - non ha nulla da
imporre.
Ho terminato, prendetelo come uno sfogo di un riformista isolato
assetato di riforme, ormai reso stanco dalle ripetizioni su scala sempre più
mediocre di errori già sofferti tutti in gioventù, ormai anche stanco
d’aspettare che le forze del progresso trovino finalmente una unità plurale
fondata sull’unico valore forte che ci sia, la libertà. Però continuo a stare
qui.
c)Documento finale del
Forum
Una Fondazione per una ricostruzione liberale della
sinistra italiana
Per una sinistra schierata senza riserve a favore
delle acquisizioni della modernità, della libertà e della responsabilità degli
individui
Per una sinistra che prenda sul serio i diritti affermati
nelle rivoluzioni liberali, per estenderne il godimento a chi ne è escluso per
ragioni economiche, sociali o morali
Per un’Europa occidentale
integrata e consapevole della propria identità
Per la rigorosa laicità
delle istituzioni come strumento necessario di libertà e di convivenza civile e
dell’integrazione dei cittadini e come risposta alle sfide poste dalla società
multiculturale
Per un’Italia laica, occidentale e moderna, contro
ogni rivalutazione o nostalgia del passato clericale e fascista
Contro
l’usurpazione della tradizione liberale italiana da parte di una destra
extraterritoriale rispetto all’Europa liberale
Per la separazione e la
limitazione dei poteri politici ed economici, contro l’occupazione delle
istituzioni repubblicane e della società da parte di un regime di affaristi, di
clericali e di ex fascisti
Italia 2001: i liberali
introvabili
Da più di un decennio un’insistente ma vaga “domanda di
liberalismo” attraversa la società e la politica italiane. Travolta dalle
inchieste sulla corruzione la vecchia classe politica dirigente, travolti dal
crollo del comunismo reale i consensi elettorali le idee portanti e i riflessi
culturali della parte largamente maggioritaria della sinistra, entrambi i poli
del sistema politico hanno cercato di accreditarsi come
“liberali”.
Purtroppo, a distanza di un decennio, ci ritroviamo invece con
una destra e con una sinistra ancora largamente espressione delle culture
politiche di cui sono eredi: da una parte una destra che deve la sua rinascita e
la sua aggregazione all’iniziativa del suo leader e padrone, che è interamente
plasmata sulla base dei suoi interessi economici e personali; una destra ancora
largamente estranea, in sue essenziali componenti, alla modernità liberale, e i
cui intellettuali organici si impegnano nella rivalutazione del clericalismo
antirisorgimentale e perfino in una parziale rivalutazione del fascismo storico;
dall’altra, una sinistra in cui riemergono spesso, in modo ormai sempre più
estenuato ma non per questo meno dannoso alla sua immagine e credibilità, echi e
riflessi di una tradizione antioccidentale che aveva trovato la sua più tipica
fisionomia nella stagione dell’incontro fra eredi del comunismo gramsciano e del
cattolicesimo controriformista.
Anziché condurre a una normale e fisiologica
alternanza, come ovunque nel resto dell’Occidente, fra una sinistra
sostanzialmente liberale e una destra sostanzialmente liberale, le riforme
elettorali degli ultimi anni ci hanno consegnato un sistema politico che ci
chiede di scegliere fra clericali estremisti, eredi non pentiti del fascismo e
razzisti orgogliosamente sprovveduti, unificati e guidati da un multimiliardario
senza cultura e radici e titolare di una concentrazione di poteri inaudita in
democrazia da una parte, ed eredi non troppo pentiti del compromesso storico
dall’altra.
Perseguita nella scorsa legislatura attraverso il tentativo di
riformare la Costituzione del 1948, la legittimazione reciproca fra gli eredi
dei contrapposti totalitarismi si è alla fine prodotta, lasciandoli quasi soli
protagonisti della scena politica, nonostante la presenza nella società italiana
di una domanda di modernità e di liberalismo forse non ancora maggioritaria, ma
certamente viva e crescente.
Critica liberale
Negli ultimi
trent’anni e più, Critica liberale è stata, assieme a pochi altri e pur con
mezzi e strumenti praticamente nulli, la voce di una piccola ma significativa
presenza liberale all’interno della sinistra italiana. Oggi, dopo la storica
sconfitta che ha travolto la sinistra nelle elezioni dello scorso maggio, si
propone di concorrere a rifornire di idee e materiali liberali la necessaria
ricostruzione di quello schieramento.
Fare i conti con la
modernità
Crediamo che una sinistra occidentale che voglia seriamente
e finalmente fare propri i valori della democrazia liberale debba compiere fino
in fondo alcune scelte che sono comuni a tutte le sinistre occidentali, ma che
ancora non sono state del tutto digerite in Italia.
Oggi, di fronte alla
minaccia mortale portata dall’oscurantismo fondamentalista di matrice religiosa,
più ancora di ieri, una sinistra occidentale ed europea non può non riconoscersi
positivamente partecipe della modernità politica europea. Tutte le obiezioni,
anche condivisibili, sulla mancanza di governo e sui rischi e gli squilibri
propri della globalizzazione non possono condurre a vedervi una minaccia più che
un’opportunità di sviluppo e perfino di – relativa – redistribuzione
internazionale della ricchezza, nonché di estensione dei diritti e delle libertà
individuali a paesi che finora ne sono stati esclusi. La coscienza dei limiti
che ancora incontra lo sviluppo della democrazia e delle libertà nelle nostre
società e il rispetto per le altre culture non possono oscurare la
consapevolezza che ciò che distingue innanzitutto la democrazia liberale da
tutte le altre civiltà, del passato come del presente, è precisamente il valore
attribuito alla dignità e alla libertà degli individui, e al rispetto per la
pluralità delle opinioni e delle conseguenti possibili scelte di vita. Ogni
sinistra occidentale moderna non può che caratterizzarsi essenzialmente per lo
scopo di far godere di tali libertà chi ancora ne è escluso, di rendere
universale ed effettiva la fruizione delle libertà individuali che sono tipiche
e fondanti dell’identità stessa della civiltà democratica e
liberale.
Per un’Italia liberale
A fronte della
ridefinizione polemica accreditata da varie agenzie culturali nell’Italia
dell’ultimo decennio ad uso e consumo dello schieramento berlusconiano, non è
superfluo ripetere che il liberalismo è la dottrina politica che persegue la
massimizzazione delle libertà individuali attraverso lo strumento della
limitazione dei poteri. Lungi dal costituire (purtroppo) il “pensiero unico” del
mondo globalizzato, il liberalismo inteso come prassi e come dottrina politica
coincide in larga misura con una civilizzazione (per dirla con Braudel, una
civilizzazione come spazio, come società, come economia, come cultura): quella
in cui esso ha avuto relativa e progressiva applicazione nell’Occidente degli
ultimi tre secoli, caratterizzandolo rispetto a ogni altra civilizzazione
precedente o contemporanea. Applicazione relativa, perché una teoria dei limiti
del potere è destinata a una realizzazione sempre precaria, e a un conflitto
senza fine con la naturale tendenza dei governanti, delle burocrazie e dei
poteri di fatto a superare tali limiti e a espandere i propri poteri, sicché
nessuna conquista liberale può mai essere considerata davvero definitiva;
progressiva, perché i principi liberali hanno dimostrato di essere suscettibili
di sempre più penetranti e inizialmente impensabili applicazioni a sempre più
vasti ambiti della vita sociale: pochi fra i padri della Costituzione americana
avrebbero sospettato che le stesse formule del Bill of Rights sarebbero state
invocate dopo qualche decennio per assicurare uguali diritti ai neri e alle
donne, che la loro applicazione in tal senso sarebbe stata considerata in
seguito scontata e ovvia, e che esse sarebbero state poi invocate per sostenere
cause come la gelosa e penetrante difesa della privacy, la libertà di scelta in
materia di aborto, i diritti civili degli omosessuali americani, il diritto di
vilipendere la bandiera nazionale o la libertà di espressione della stampa
pornografica.
In questo senso, in quanto coincide con una civilizzazione, il
liberalismo dovrebbe essere – noi auspichiamo che lo diventi anche in Italia,
anche se è ben lungi da esserlo nelle attuali condizioni – innanzitutto un
“prepartito”, lo sfondo di valori etico-politici generalmente condivisi cui
tutti i principali attori del sistema politico dovrebbero potersi richiamare, la
Grundnorm di ogni ordinamento politico occidentale.
All’interno di questo
comune orizzonte di valori fondamentali generalmente condivisi dovrebbe potersi
svolgere, come ovunque nel resto dell’Occidente, ogni competizione politica,
anche aspra, fra una sinistra e una destra sostanzialmente liberali: una
sinistra preoccupata soprattutto dell'insufficiente grado di attuazione dei
"principi dell'89" e impegnata a rivendicarne una più penetrante diffusione,
possibile ed efficace solo in un contesto di relativa maggiore perequazione
economica, di relativa uguaglianza delle opportunità e di radicale uguaglianza
sociale e giuridica; e una destra più preoccupata di non mettere a repentaglio
le libertà esistenti, di salvaguardare le ragioni dell'indipendenza economica
dell'individuo nei confronti dello Stato, sospettosa delle politiche
redistributive, più ancorata agli stili di vita e ai costumi tramandati dalla
tradizione e refrattaria ad avallare innovazioni legislative miranti a
emanciparne la società e a favorirne il superamento.
Per un’Europa
consapevole della sua identità
Riteniamo che l’integrazione fra
democrazie reali sia la sola via per tentare di regolare e disciplinare i
processi economici che sfuggono alla dimensione degli Stati nazionali, oltre che
per contrastare la criminalità organizzata internazionale e le minacce
terroristiche dei nemici della democrazia liberale. L’Unione europea non deve
diventare una versione continentale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite,
forte soprattutto dell’assoluta e insuperabile eterogeneità delle culture dei
suoi paesi membri, ma il principale soggetto politico della democrazia liberale
europea, forte di un’identità e di una soggettività etico-politica di cui i suoi
popoli devono divenire consapevoli. Anzi, di fronte all'apparente esaurimento
delle condizioni e delle spinte geopolitiche che avevano naturalmente favorito
in questi ultimi decenni il processo di integrazione dell'Europa, il futuro del
federalismo europeo è oggi subordinato alla sua capacità di dare una risposta
alternativa, fondata sulla comune identità liberale e democratica dell'Europa
occidentale, e sui suoi valori universalistici, anche al bisogno di identità, di
appartenenza e di senso che si esprime attraverso la riscoperta dei vecchi
nazionalismi esclusivistici, o attraverso la riscoperta o l'invenzione di
altrettanto escludenti microidentità etnoregionalistiche.
Di fronte ai nuovi
nostalgici di un mitico e idealizzato passato premoderno e prescientifico e di
società omogenee, organiche e tradizionaliste, una sinistra europea che si
voglia liberale deve dunque essere risolutamente favorevole a un rilancio anche
ideale del federalismo europeo, sottraendolo alla mera gestione routinaria e
burocratica degli apparati e delle diplomazie. Solo attraverso la nascita di un
soggetto politico concreto sarà forse possibile rendere gli europei consapevoli
del valore e dell’unicità della società aperta in cui è loro capitato di vivere.
Una consapevolezza che spesso manca, proprio perché caratteristica peculiare
dell’Occidente liberale è la capacità di riflessione critica su se stesso, ma
che talvolta rischia di metterne a repentaglio la solidità culturale,
esponendolo a ingiustificati complessi di inferiorità anche di fronte a culture
riemergenti prive di analoghe capacità di critica, in quanto fondate su basi
religiose, tradizionaliste, non di rado intolleranti e talora violentemente
aggressive.
Laicismo, condizione di libertà e di convivenza
civile
Le società europee, e fra esse, da almeno un quarto di secolo,
la società italiana, sono società secolarizzate e sempre più multiculturali.
Perché questo fecondo multiculturalismo non si estenda anche al campo dei
rapporti etico-politici mettendo in questione i valori fondamentali della
convivenza liberale, è necessario affermare che solo il più rigoroso rispetto
della laicità delle istituzioni può garantire un terreno comune per
l’integrazione e la pari dignità sociale di tutti i cittadini e, lungi dal
costituire la riproposizione di antiche e superate divisioni, un tale rigoroso
rispetto della laicità delle istituzioni è anche la condizione necessaria e
primaria perché la nuova società multiculturale non si trasformi in un
assemblaggio di microcomunità integraliste e settarie, ciascuna dotata delle
proprie istituzioni educative, ostili fra loro o meramente conviventi
nell'attesa d’essere abbastanza forti per sopraffarsi a vicenda. In società
storicamente segnate dalla pretesa di predominio di una denominazione religiosa
sulla vita civile e sui costumi, ed esposte alla comparsa di nuovi
fondamentalismi, il laicismo torna ad essere condizione della libertà dei
cittadini e della sopravvivenza della società aperta.
Su questioni come il
diritto dei giovani a un’istruzione libera (cioè laica e non autoritativamente
predeterminata da scelte altrui), la libertà della ricerca scientifica, la
difesa in ogni campo della laicità delle istituzioni, il riconoscimento dei
diritti delle famiglie di fatto e del carattere pluralistico dei modelli di
famiglia, la lotta contro le discriminazioni e per i diritti umani e civili
degli omosessuali e il riconoscimento delle loro unioni, l’aborto per via non
chirurgica, il superamento del proibizionismo, e su tutte le gravi questioni
della bioetica, non c’è sinistra del mondo occidentale che non si caratterizzi,
in tutto o in parte, con maggiore o minore radicalità, attribuendovi maggiore o
minor peso nell’ambito della propria proposta politica, per posizioni
improntate, rispetto a quelle della destra, a una chiara e riconoscibile scelta
di libertà.
L’identità italiana: nessuna rivalutazione del passato
clericale e fascista
Rapporto con la modernità, integrazione europea
e laicismo rimandano alla questione dell’identità italiana. Il discorso pubblico
sulla storia è stato spesso utilizzato in questi anni per fornire qualche
plausibilità culturale a uno schieramento politico che intendeva amalgamare in
un fronte comune il preteso “liberalismo” di Berlusconi (almeno nella sua prima
versione) con gli eredi del fascismo e del clericalismo antirisorgimentale e con
il grottesco nazionalismo regionale dei leghisti. In nome di un generico e
preteso “moderatismo” (carico in realtà di elementi eversivi rispetto alla
storia della democrazia repubblicana), per un verso si è inteso ricostruire un
senso dell’identità italiana che fosse totalmente slegato da qualunque
riferimento a valori civili ed etico-politici, riducendo in tal modo l’identità
italiana e l’idea di “patria” a un nazionalismo sostanzialmente etnico, l’unico
capace di ricomporre una continuità ideale fra l’Italia fascista e quella
democratica (un’idea dell’identità collettiva, tra l’altro, strutturalmente
omogenea a quella posticcia dei “padani” e come tale incapace di contrastarla);
per un altro verso si è avviata una critica etico-politica del processo
risorgimentale, imputato di avere voluto costruire l’unità della nazione in
opposizione ai sentimenti religiosi radicati nel popolo, rendendone così
irrimediabilmente precarie la solidità e la legittimazione.
Di fronte a
questa pretesa, va ribadito che, per noi, il processo risorgimentale ha
significato innanzitutto, sia nella sua versione di destra alla Cavour, sia in
quella di sinistra alla Cattaneo, l’immissione dell’Italia nella modernità
politica europea, cioè la sua reintegrazione fra i paesi civili e quindi fra le
democrazie liberali: impresa impensabile se non in contrapposizione al
cattolicesimo clericale ottocentesco. La lotta per la libertà religiosa, e
quindi per la separazione fra Stato e Chiesa cattolica, l’abbattimento del
potere temporale con cui si compì l’unità del paese, sono quel che conferì a
quella vicenda nazionale un significato e un valore per l’intero Occidente. Per
noi, in quanto eredi di quel Risorgimento, l’Italia fascista, che ne ripudiò le
scelte europee e liberali e ne abbatté le istituzioni, non è la nostra patria in
un momento storico diverso, ma un paese straniero e nemico, che alla nostra
patria, cioè all’Occidente liberale cui il Risorgimento ci aveva ricongiunto,
mosse una guerra di aggressione, fortunatamente e meritatamente conclusasi con
la sua disfatta.
Liberalismo e liberismo
Le società
liberali sono aperte e poliarchiche. Non esistono quindi società liberali senza
libero mercato e senza libertà economiche. Ma il liberalismo europeo e
occidentale non è soltanto liberismo, e non è il grado di intervento dello Stato
nell’economia, né tanto meno il livello della pressione fiscale, a determinare
da solo il carattere liberale o non liberale di un paese, del suo governo o
della sua politica economica. Il Cile di Pinochet (come sempre più la Cina
comunista di oggi e buona parte dei paesi islamici tradizionalisti) fu un paese
pienamente liberista e assolutamente illiberale; la Svezia di quegli stessi
anni, all’apice dello sviluppo del suo ridondante Welfare, fu fra i paesi più
liberali del mondo nel campo della tutela dei diritti di libertà: così, le
sinistre americane e francesi sono sempre state più delle rispettive destre
attente alla tutela delle libertà individuali.
La ricostruzione del concetto
di liberalismo ad uso e consumo dello schieramento berlusconiano ha invece
preteso e pretende, con metodi e argomenti da Sant’Uffizio, di espungere dalla
storia del liberalismo occidentale almeno una larga metà della sua tradizione
culturale, almeno tutta quella che si diparte da un classico come John Stuart
Mill. Una martellante campagna di opinione ha cercato in questo decennio di
convincere gli italiani di media cultura che l’inglese liberal corrisponde
all’italiano liberale tanto poco quanto l’inglese ingenuity (ingegnosità)
corrisponde all’italiano ingenuità. Sarebbe interessante chiedere a costoro
quand’è che questa dissociazione si sarebbe verificata: se il liberalismo, oltre
che una dottrina politica è anche una civiltà, sarebbe utile sapere quando la
(modesta) tradizione liberale del nostro paese avrebbe intrapreso una via
diversa e opposta rispetto a quella dei paesi che del liberalismo avevano
inventato, se non il nome, la prassi e la teoria. È così facile dimenticare che
Keynes fu il presidente del Partito liberale britannico? Che Lord Beveridge ne
fu autorevole esponente? Che gli scritti politici di Keynes (esecrato all’epoca
dalla sinistra marxista) venivano pubblicati, negli anni sessanta perfino dagli
enti culturali legati al Partito liberale di Malagodi?
Il laissez faire
propagandato negli ultimi anni da alcuni troppo zelanti intellettuali organici
della destra come sola versione autentica del liberalismo per un verso non
corrisponde affatto alla politica concreta della destra italiana, preoccupata
semmai, all’opposto, della difesa dei monopoli contro ogni legislazione a tutela
della concorrenza, in contrasto con l’intera tradizione del pensiero liberista
italiano, dai tempi di De Viti De Marco a quelli di Einaudi e di Ernesto Rossi;
più in generale quello schieramento si è dimostrato sempre tutt’altro che
liberista quando sono stati in questione gli interessi del padrone o quelli dei
suoi elettori. Per un altro verso, non solo è in realtà assolutamente
contestabile che il liberalismo abbia storicamente coinciso con il laissez
faire, ma vi è un intero filone del pensiero liberale occidentale degli ultimi
centocinquant’anni che non ha assolutamente visto nell’intervento dello Stato
nell’economia o nell’edificazione del Welfare una smentita, bensì uno strumento
per l’estensione del godimento delle libertà individuali che sono tipiche e
fondanti dell’identità stessa della civiltà democratica e liberale a chi fino ad
allora ne era escluso. Che le teorizzazioni formulate in tal senso da Hobhouse o
da Dewey abbiano oggi largamente perso attualità e praticabilità in conseguenza
di molti fattori intervenuti successivamente (il successo di quelle stesse
politiche, il calo demografico, la concorrenza internazionale in un’economia
globalizzata, la rivoluzione informatica e il declino della società industriale)
non è argomento sufficiente per espungere questa linea di pensiero dalla storia
del liberalismo o per pretendere di scomunicare chi non sia disposto a giurare
sugli esiti estremi delle teorizzazioni di Hayek. Certo oggi non daremmo torto a
quest’ultimo, quando, nella sua polemica con Kelsen (come Einaudi in quella
analoga con Croce), sosteneva che la difesa delle libertà liberali era
impensabile al di fuori di un’economia di mercato (anche se non arriveremmo
certo, come Hayek, a vedere in qualunque intervento pubblico nell’economia una
potenziale minaccia a quelle libertà), ma ancor oggi il compito di ogni sinistra
occidentale moderna e liberale rimane precisamente quello di estendere, con
strumenti e metodi ovviamente aggiornati, il godimento effettivo delle libertà
liberali e delle opportunità offerte dalla società aperta a chi ne è escluso per
ragioni economiche, sociali o morali.
Non assuefarsi a una prassi
politica concretamente illiberale
Sono altre le ragioni di estraneità
al liberalismo come prassi, come dottrina politica e come orizzonte di civiltà.
La cronaca politica italiana degli ultimi mesi ne fornisce segnali, purtroppo,
in abbondanza.
Nulla appare più estraneo alla prassi e alla tradizione
liberale occidentale della concentrazione nelle stesse mani di una quota così
smisurata di potere politico, economico e mediatico come quella attualmente
nelle mani del capo della destra. Va appena ricordato come uno degli argomenti
più ovvi della critica al comunismo reale fosse costituita proprio dalla
concentrazione nelle mani delle stesse persone dell’intero potere politico e
dell’intero potere economico (e mediatico) di quei regimi.
Il preteso
“moderatismo” della destra si carica di motivi giacobini quando pretende di
trasformare il processo politico democratico in una serie di appelli
plebiscitari a un consenso popolare ritenuto capace di spianare e azzerare i
freni, i contrappesi, le garanzie, le regole e i controlli che sono propri e
tipici della divisione dei poteri nell’Occidente liberale. Oggi in Italia il
consenso plebiscitario della maggioranza del corpo elettorale è ritenuto (come
nella teoria costituzionale sovietica ai tempi del comunismo reale, come nelle
teorizzazioni di Togliatti alla Costituente) capace di superare e sovvertire
qualunque regola del gioco, inclusa la stessa amministrazione della giustizia
penale. Ogni filtro e anticorpo ancora presente nella cultura, nella classe
dirigente e nella società civile, che si frapponga al prevalere della
“democrazia dei sondaggi”, è considerato un’indebita resistenza al prevalere
della volontà popolare e di un modello plebiscitario anziché liberale di
democrazia.
In nessun altro paese dell’Occidente è mai parso possibile
ammettere come normali e accettabili partner di governo uomini politici che fino
a pochi anni or sono si riconoscevano orgogliosi eredi non solo del regime
fascista, ma addirittura del nazifascismo repubblichino. La destra americana,
quella britannica e quella francese non sono eredi di quella tradizione, ma di
chi ad essa aveva fatto la guerra; ed è in Germania più ancora che altrove che
l’anomalia italiana suscita scandalo e allarme per i pericoli di contagio che
essa comporta. Le ripugnanti vicende di Genova e la loro successiva gestione da
parte del governo, che hanno screditato in modo radicale non solo un governo ma
un intero paese, non sono che la naturale conseguenza della patente di
legittimità rilasciata in modo così fatuo a culture politiche che a torto
avevamo ritenuto, almeno in Europa occidentale, aliene se non sepolte dalla
storia. Non c’è limite a quel che c’è da attendersi da parte di chi si è reso
disponibile a compiere e a coprire violazioni così rivoltanti di libertà e
diritti che i liberali come noi ritengono intoccabili e inalienabili; da parte
di chi teorizza che i dipendenti dello Stato, di cui siamo tutti responsabili e
mandanti come cittadini e come contribuenti, possano modellare i propri
comportamenti sulla base di quelli dei delinquenti e dei teppisti privati che si
trovano di fronte, e ne avalla anche di peggiori. Per molto meno l’intera Europa
democratica aveva manifestato la sua riprovazione preventiva nei confronti del
governo austriaco.
Una sinistra che deve voltare pagina
Ma
anche a sinistra c’è ancora molta strada da fare. Per opporsi con qualche
possibilità di successo a questa destra illiberale e sprovveduta non si tratta
tanto di dividersi fra ulivisti e partitisti o fra radicali e moderati. Si
tratta, ben prima, di compiere quelle scelte che, fino alla sconfitta di maggio,
erano sembrate rinviabili all’infinito. Non di rincorrere qualunque moda o
“movimento” compaia all’orizzonte, ma di confrontarsi fino in fondo con la
propria identità e con le proprie culture. A differenza della destra, pronta a
riadattatasi all’improvviso alla nuova situazione quando Berlusconi le ha
offerto un’occasione di riciclaggio a basso costo, la sinistra italiana di
tradizione marxista ha dovuto più volte confrontarsi, colpo dopo colpo,
bastonata dopo bastonata, con le dure repliche della storia. Ma ogni tentativo
di non andare fino in fondo, dalla compartecipazione subalterna al potere per
evitare scelte ultimative e troppo dolorose negli anni del compromesso storico,
fino al tentativo di ottenere la legittimazione definitiva in cambio di quella
di avversari impresentabili, ha fin qui portato alla sconfitta.
Una sinistra
che al suo fondo interpreta sempre come un riavvicinamento o una ricaduta
nell’antagonismo di sistema proprio della tradizione comunista, del resto
continuamente rinfacciatole dagli avversari, qualunque presa di posizione
rigorosa o intransigente, anche quando si tratta di difendere le regole della
democrazia, l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge o le stesse regole
del mercato, è strutturalmente inadeguata a difendere con rigore quelle regole,
e la stessa identità liberale ed europea del paese, di fronte ad una destra che,
per le radici totalitarie di alcune sue componenti e per la mancanza di radici
di altre, è portata ad ogni occasione a rimetterle in discussione o comunque a
considerarle meramente indicative; ed è perennemente menomata nella sua capacità
di presentarsi al paese come portatrice di una proposta alternativa di governo,
di rapporti sociali più civili, di una cultura politica più affidabile e
credibile.
È tempo di fare i conti fino in fondo con la cultura liberale e
con la modernità, è tempo di offrire al paese, senza più i complessi e i
condizionamenti di una storia da cui è ormai necessario accomiatarsi
definitivamente, un’alternativa fondata sui valori tipici della sinistra
nell’Europa liberale: sulla libertà, sull’eguaglianza dei cittadini di fronte
alla legge, sull’equità, sul rispetto delle regole del gioco della democrazia
occidentale e della società aperta.
1) Sì all’autonomia e al pluralismo dello stato
2) No alle ingerenze delle gerarchie ecclesiastiche
3) Sì alla rigenerazione della scuola pubblica
4) No al finanziamento statale diretto o indiretto delle scuole confessionali
5) Sì alla libertà d’insegnamento
6) No a trucchi per aggirare il dettato costituzionale: "senza oneri per lo Stato"
7) Sì alla libertà di espressione di tutte le religioni
8) No ai privilegi della chiesa cattolica
9) Sì alla libertà delle scelte morali e culturali di ciascun individuo
10) No a una legislazione che provoca disuguaglianza tra i cittadini
· · · · · ·
Esiste anche un’altra Italia. E se ne deve tenere conto. L’Italia laica di chi crede che la convivenza civile si fondi sullo spirito critico di ciascun cittadino. Di chi condanna ogni integralismo ideologico o religioso. Di chi è determinato a rispettare e difendere le regole della tolleranza e del dialogo. Di chi non fa confusione tra religione e ideologia politica, tra fede e posti di governo e di sottogoverno. Di chi sa che la libertà dello stato si fonda sulla sua autonomia. Di chi soprattutto trova ripugnante volere imporre agli altri, soprattutto alle nuove generazioni, valori univoci e verità rivelate. Il tutto con i soldi pubblici. Di chi vorrebbe che l’individuo maggiorenne fosse padrone di sé stesso e quindi libero di scegliersi le proprie relazioni e la propria morale. Di chi vorrebbe che all’individuo minorenne non fossero imposte, né dallo stato né dalla famiglia né dalle chiese, visioni del mondo univoche e totalizzanti che condizionano fortemente il suo futuro. Di chi pensa che ogni singolo debba avere effettivamente la massima libertà d’esprimersi, coltivare e realizzare la sua personalità, senza altri vincoli se non quelli derivanti sia dalla libertà degli altri sia dall'obbligo di promuoverla, garantirla, difenderla.
Siamo molto preoccupati dalle ricorrerenti e sfacciate rivendicazioni clericali, dalle aperte ingerenze sui pubblici poteri, ma ancor di più dall’acquiescenza e dai segnali di resa delle forze politiche e culturali che hanno, o dovrebbero avere, valori pluralistici contrapposti al fondamentalismo nostrano. Corriamo il rischio, frutto del neocinismo imperante, che sia messa sotto i piedi la nostra Costituzione e i principi di laicità che fondano lo stato moderno. Soltanto concezioni ferme al medioevo possono ancora concepire l’individuo sottoposto ad autorità ideologiche esterne e il pluralismo come la sommatoria di sistemi chiusi e imposti.
Il principio dello stato moderno, quello che ha salvato l'Europa dalle guerre religiose e ha garantito la libertà di culto, è la distinzione fra diritto e morale. La gerarchia ecclesiastica cattolica non si è ancora pacificata con questo principio. Essa interviene pesantemente sia sull'attività del governo e del parlamento sia, addirittura, sulle trattative per la formazione degli esecutivi. Poiché i cattolici non hanno più (o ancora) un solo grande partito, è il Vaticano a farsi partito. Già da tempo il Papa ha lanciato ufficialmente la campagna politica contro una legge democraticamente voluta dal popolo italiano (quella che regola l'interruzione volontaria della gravidanza) e contro proposte di legge o politiche dei governi locali che riguardano la regolamentazione della fecondazione artificiale e il riconoscimento delle coppie di fatto. Oltre a continuare a battere cassa pubblica per le proprie scuole confessionali. Ugualmente aperto è il contenzioso tra una pratica laica e gli ambienti politici cattolici che si fanno portavoce della Chiesa sulla negazione della donazione dei gameti che va contro la libertà di procreazione, e sulla limitazione di tecniche, accettate ovunque, per la terapia della sterilità. Ugualmente inaccettabile è il monopolio dei cattolici nel Comitato nazionale per la bioetica.
La Chiesa interferisce - come non succede in nessuno degli stati occidentali - direttamente nelle scelte politiche della nostra repubblica, perché non accetta quello che per lo stato liberale e democratico è invece il fondamento indiscutibile: "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali" (art. 3 della Costituzione).
E' chiaro che lo stato non impone, né privilegia particolari scelte morali. Secondo la Chiesa romana, invece, i cittadini non dovrebbero essere trattati egualmente, ma in relazione alla loro adesione ai principi religiosi cattolici.
Questa pretesa, occorre ribadirlo con forza e senza ambiguità alcuna, è in totale disaccordo con il nostro patto costituzionale e con la cultura politica nella quale i cittadini italiani si riconoscono tramite quel patto.
Confidiamo che il governo difenda questa fondamentale prerogativa di civiltà, che sia davvero il governo di tutti, e non il governo dei cattolici praticanti.
Invitiamo cittadini, politici, sindacalisti, amministratori, studenti, movimenti, associazioni, riviste a firmare e a far firmare questo manifesto.
La sinistra liberale contribuisce
alla
CONVENZIONE DELLA SINISTRA LAICA E LIBERALSOCIALISTA
con
questo
PROGRAMMA MINIMO
in 7 punti :
1) Democrazia politica. Il nostro attuale regime politico è una democrazia mutilata: il potere pubblico è concentrato nelle mani di pochi e illusoria è la "volontà popolare", perché le scelte offerte al cittadino e all’elettore sono troppo limitate e manipolate. La democrazia interna ai partiti non è in alcun modo garantita; i procedimenti per la scelta dei candidati alle elezioni sono pilotati; i parlamentari sono perennemente sotto il ricatto degli apparati; la competizione politica è inquinata dai conflitti d’interessi irrisolti, dall’inosservanza di elementari regole d’ineleggibilità e dalla mancanza di pari condizioni; le minoranze sono sempre meno tutelate; il contrasto tra le istituzioni dello Stato nonché il mancato rispetto dei propri limiti rendono precaria la nostra democrazia. La libertà politica è legata indissolubilmente a un processo di formazione dell’opinione pubblica a struttura pluralistica e deperisce se manca un’informazione policentrica. Quindi proponiamo un "pacchetto di garanzie democratiche" che comprenda, tra l’altro, una legislazione duramente antimonopolistica, uno statuto pubblico dei partiti che garantisca la democraticità interna, una rigorosa legislazione affinché la competizione politica non sia viziata in partenza da condizioni sperequate tra le varie forze e tra i contendenti, la scelta dei candidati trasparente e affidata ai cittadini; effettive garanzie di pluralismo nei mass media.
2) Democrazia dell’alternanza. Il periodo di transizione tra la Prima e la Seconda Repubblica si concluderà, davvero, soltanto quando il Parlamento saprà varare una riforma organica per il completamento armonico di una democrazia maggioritaria, fondata sull’alternanza tra due schieramenti, che riuniscano da una parte i conservatori e dall’altra i progressisti. Le garanzie affinché la maggioranza possa esprimere un governo in grado di governare effettivamente, e la minoranza possa veramente controllare il suo operato; la scelta del premier affidata, direttamente o indirettamente, al voto popolare; un rafforzamento del Parlamento come organo di controllo politico; una seconda Camera per le autonomie locali; una netta distinzione di ruolo tra i partiti e le istituzioni; un reale rinnovo dei gruppi dirigenti: sono queste tutte condizioni necessarie per superare positivamente questa fase, in cui vediamo con preoccupazione prendere piede una concezione della politica fondata su un’estrema personalizzazione e su un populismo che fanno strage sia della partecipazione sia della politica stessa.
3) Tangentopoli. "Colpi di spugna", comunque camuffati, sarebbero irrispettosi di quel movimento di opinione pubblica che ha sorretto l’azione di alcune Procure contro la corruzione dilagante e l’arroganza di un potere che si voleva impunito. L’azione di Mani Pulite non deve interrompersi, ma deve essere affiancata dal ceto politico con nuove regole rigorose contro la corruzione pubblica. Il regime della Prima Repubblica non sottraeva solo beni pubblici, ma rubava democrazia politica ed economica, distorcendo del tutto la competizione democratica sia tra le imprese sia tra i partiti, e all’interno degli stessi apparati. Tangentopoli può chiudersi solo dopo un’inchiesta sui profitti di regime e dopo la celebrazione di processi regolari, scrupolosamente rispettosi dei diritti degli imputati.
4) Servizi segreti. La Prima Repubblica è stata funestata dall’azione criminale dei Servizi segreti deviati, che ha costituito una presenza occulta e parallela, inquinante della competizione politica democratica. Non basta continuare periodicamente a cambiare i vertici dei Servizi, ma è necessario ristrutturarli totalmente, definirne gli ambiti, renderli trasparenti compatibilmente con le ragioni di sicurezza, e sottoporli al controllo successivo di una Authority.
5) Giustizia. I processi interminabili, il rito ancora inquisitorio, la carcerazione solo per i più indifesi, la mancanza d’una diffusa cultura garantista - non opportunista ma per tutti -, la mancata distinzione tra le funzioni dell’accusa e del giudizio rendono drammatica la condizione della giustizia penale e civile, e alimentano quella "cultura del sospetto" che rende odioso il rapporto tra i cittadini e la giustizia. A una nuova disciplina del processo si deve accompagnare quindi la riforma dell’organizzazione giudiziaria.
6) Democrazia economica. Bisogna dare spazio al mercato, che però deve essere sottoposto a precise regole, con controlli e interventi correttivi, contro le degenerazioni monopolistiche. Lo Stato deve mantenere il potere e il dovere di tutelare gli interessi diffusi, in primo luogo quello ambientale, e di proteggere le posizioni più deboli rifondando la cittadinanza sociale. Garantendo una vera concorrenza e suscitando lo spirito creativo e imprenditoriale, si può arrivare a una forma di capitalismo democratico che sia tale anche per la sua composizione interna, cioè per l’ampiezza della sua base sociale e per le limitazioni imposte alle oligarchie imperanti.
7) I diritti civili. L’Italia, nonostante la lunga egemonia democristiana, ha vissuto una stagione di affermazione dei diritti civili, che ora possono essere rimessi in discussione dai sempre ricorrenti soprassalti conciliari. Adesso, oltre alla difesa e all’ampliamento dei diritti individuali, ci appare sempre più necessaria la costruzione delle condizioni giuridiche e culturali di rispetto reciproco tra gruppi maggioritari e vecchie, e nuove, minoranze.
ROMA 23 NOVEMBRE 1996
CONVENZIONE PER UNA SINISTRA LAICA E LIBERALSOCIALISTA
SIAMO LAICI, perché crediamo che la convivenza civile si fondi sullo spirito critico di ciascun cittadino, e pertanto condanniamo ogni integralismo ideologico o religioso, e siamo determinati a rispettare e difendere le regole della tolleranza e del dialogo, che costituiscono l’essenza della democrazia.
SIAMO LIBERALSOCIALISTI, perché anteponiamo il valore della libertà a tutti gli altri e perché siamo convinti che la libertà è vuota se non può esprimersi compiutamente in un contesto sociale di legalità e di equità. L’obiettivo è garantire a ciascuno la pari opportunità dello sviluppo della propria persona, in una sintesi dinamica tra garanzie di libertà e garanzie di giustizia sociale, tra competizione economica e solidarietà, tra beni individuali e beni collettivi, armonizzando così la tradizione liberale e quella socialista nei loro valori di fondo.
SIAMO A SINISTRA, perché vogliamo una democrazia maggioritaria, fondata
sull’alternativa tra uno schieramento progressista e uno conservatore.
Siamo
a Sinistra perché, dopo la crisi irreversibile della Prima Repubblica che ha
lasciato ben poche cose pubbliche da conservare come sono, è proprio il valore
riformatore della libertà a mettere in crisi la conservazione di privilegi, di
pregiudizi, di poteri cristallizzati.
Siamo a Sinistra, perché la
generalizzata necessità di riformare lo stato sociale, in un paese che ne ha
costruito solo la caricatura clientelare, apre una crisi che deve essere risolta
non dalle scorciatoie del mercato selvaggio o dal prosciugamento della
solidarietà sociale, bensì con la riaffermazione d’un allargamento della
cittadinanza e del diritto al lavoro.
Siamo a Sinistra in modo diverso da
come questo termine è stato spesso inteso in Italia, anche perché siamo contrari
a ogni statalismo soffocante, a ogni burocratismo autoreferenziale e in genere a
ogni riciclaggio di vecchi apparati.
Nel panorama politico non è rappresentato da alcuna forza organizzata quello spazio a sinistra che è stato da sempre il campo tradizionale dell’impegno riformatore e della sensibilità per i diritti e le libertà degli individui. La Sinistra laica e liberalsocialista vuole riunire quanti, in quello spazio, credono che sia giunto il momento di riprendere l’iniziativa politica, cercando di qualificarla sul programma politico ispirato ai valori di una moderna sinistra progressista. Proprio perché convinti bipolaristi, riteniamo che il polo di sinistra si arricchisca rispettando tradizioni, contributi, mentalità differenti, e non cercando di omogeneizzarle in un unico confuso contenitore, oltretutto inevitabilmente esposto a egemonizzazioni. Ugualmente giudichiamo deleterio ogni tentativo d’impiantare un nuovo centro, perché riteniamo che in un sistema di democrazia dell’alternanza l’area di centro debba rimanere solo il luogo della competizione politica tra il polo conservatore e quello progressista.
Roma 23 novembre 1996
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